Il trionfo elettorale della premier Sanae Takaichi in Giappone è stato superiore a qualsiasi previsione. Il Partito Liberal Democratico da solo ha conquistato oltre i due terzi dei seggi e dispone da oggi del potere di modificare persino la Costituzione e di annullare possibili veti del Senato, dove non ha la maggioranza assoluta. La più grande vittoria post-bellica può avere un impatto a lungo termine sui mercati finanziari globali, oro compreso. Il metallo giallo si è apprezzato stamane di oltre l’1%, risalendo sopra la soglia dei 5.000 dollari per oncia. Nel frattempo, la Borsa di Tokyo ha chiuso in rialzo di quasi il 4% e al massimo storico di 56.364 punti. In lieve crescita anche i rendimenti sovrani, con il decennale a sfiorare il 2,30% e la scadenza a 2 anni ad offrire più dell’1,30%.
Si rafforza il cambio, con lo yen a +0,40% contro il dollaro Usa.
Effetto Takaichi ambiguo sull’oro
Quale potrà essere la reazione a lungo termine dell’oro al cosiddetto “effetto Takaichi“? La prima donna a capo del governo in Giappone, al potere dall’ottobre scorso, ha subito messo in pratica le sue promesse annunciate alle primarie del partito con il varo di un maxi-piano di stimoli fiscali per 21.300 miliardi di yen (circa 115 miliardi di euro). Le elezioni anticipate erano state convocate appena un paio di settimane fa per avere mani libere proprio nell’ambito fiscale. Nella breve campagna tra fine gennaio e inizio febbraio, la premier ha promesso di sospendere l’IVA sui generi alimentari e di aumentare le spese militari in funzione anti-cinese.
Promesse costose, a debito. Il risultato è che i rendimenti giapponesi, in rialzo negli ultimi anni con il ritorno dell’inflazione, avevano raggiunto i nuovi massimi storici sul tratto lungo della curva a gennaio, salvo indietreggiare subito dopo.
Un fenomeno tecnicamente negativo per l’oro, che è un asset senza cedola e che subisce, pertanto, la concorrenza del mercato a reddito fisso. E il Giappone non è un mercato secondario. A parte essere la quinta economia mondiale, detiene capitali investiti all’estero per un controvalore netto di circa 3.663 miliardi di dollari a fine 2025. Dunque, Tokyo è acquirente di asset finanziari nel mondo e un rialzo dei suoi rendimenti interni può destabilizzare i mercati.
Tassi e cambio sotto le lenti del mercato
Dunque, a primo acchito diremmo che l’effetto Takaichi sull’oro sarebbe depressivo. La situazione è più ambigua di quanto crediamo. Una politica fiscale espansiva in un’economia già alle prese con un debito pubblico al 235% del Pil non può che suonare l’allarme globale circa i crescenti rischi fiscali. Ed è benzina per il metallo. Tra l’altro, la premier è ostile ad una stretta monetaria, cioè vorrebbe che la Banca del Giappone tenesse i tassi bassi per consentire al suo governo di indebitarsi senza grossi problemi. Ciò porterebbe all’aumento dell’inflazione, specie se il cambio s’indebolisse a seguito di una politica monetaria globale tendenzialmente più restrittiva. A gennaio il “sell-off” ai danni dello yen fu placato dalla dichiarazione della Federal Reserve circa un sostegno “congiunto” alla valuta nipponica.
Instabilità e rischio inflazione
Debiti e inflazione tendono a sostenere l’oro. Rilevano i rendimenti reali e non soltanto nominali. I livelli d’inflazione potrebbero più che compensare i maggiori rendimenti, facendo perdere ai bond l’appeal guadagnato negli ultimi tempi. Per non parlare, infine, del clima di instabilità che verrebbe a crearsi con il rimpatrio dei capitali in Giappone. Essi hanno a lungo sostenuto il mercato obbligazionario e le borse in Nord America ed Europa, particolarmente i titoli tech a Wall Street. Si parla di un “carry trade“ da 20.000 miliardi di dollari. Denaro che sta già evaporando con la fine della longeva politica dei tassi a zero di Tokyo. E l’oro prospera sulle incertezze. Ecco perché la vittoria di Takaichi assume un valore tutt’altro che scontato per esso.
giuseppe.timpone@investireoggi.it