Tra invecchiamento della popolazione, aspettative difficili da soddisfare e un mercato del lavoro sempre più fragile, la sostenibilità del sistema pensionistico italiano è messa alla prova su più fronti. Ne parliamo con Vincenzo Galasso, professore di Economia alla Bocconi, che ci spiega perché conciliare equilibrio finanziario, consenso politico e giustizia sociale è oggi la sfida più complessa per la previdenza.
L’intervista
Quando si parla di sostenibilità del sistema pensionistico italiano, il dibattito si concentra spesso sui conti pubblici. Quanto conta oggi, accanto alla sostenibilità finanziaria, anche la sostenibilità politica e sociale delle pensioni?
Tutte le dimensioni della sostenibilità – finanziaria, politica e sociale – devono coesistere affinché un sistema pensionistico possa reggere nel tempo.
Non va dimenticato che le pensioni si fondano su un vero e proprio contratto intergenerazionale. Il problema è che conciliare queste tre sostenibilità è sempre più difficile.
L’invecchiamento della popolazione e, soprattutto, l’aumento della longevità mettono sotto pressione la sostenibilità finanziaria del sistema. Per riequilibrare i conti diventano quindi necessarie misure che riducano la spesa pensionistica, come modifiche ai criteri di calcolo delle pensioni o l’innalzamento dell’età di pensionamento, già adottate in passato.Questi interventi, tuttavia, sono politicamente e socialmente molto difficili da sostenere. Un elettorato sempre più anziano tende a opporsi a qualsiasi riduzione dei benefici attesi, spesso percepiti come diritti acquisiti. Ne deriva una tensione strutturale: le misure necessarie per la sostenibilità finanziaria entrano facilmente in conflitto con la sostenibilità politica e sociale del sistema.
È molto diffusa l’idea, soprattutto tra i lavoratori, che il versamento dei contributi per molti anni garantisca automaticamente il diritto a una pensione generosa.Il principio è corretto, ma il punto cruciale sta nei dettagli: quanto si è contribuito, per quanti anni e rispetto a quale aspettativa di vita.
Numerosi studi mostrano che i lavoratori andati in pensione negli anni Novanta e nei primi anni Duemila hanno beneficiato di trattamenti pensionistici molto più generosi rispetto ai contributi effettivamente versati. Se confrontiamo quelle pensioni con quanto sarebbe derivato da un sistema contributivo puro, in alcuni casi il beneficio è stato fino al 50% più elevato.Con l’aumento della longevità cresce anche il numero di anni in cui si percepisce la pensione. A parità di contributi versati, mantenere lo stesso livello di generosità richiederebbe un allungamento della vita lavorativa. Questo tipo di aggiustamento non “fa male a nessuno”: serve a riequilibrare il sistema in modo equo. Eppure, molte persone continuano a coltivare aspettative che non tengono conto di questi cambiamenti strutturali.
Per i lavoratori più giovani il sistema contributivo è spesso percepito come sostenibile per lo Stato ma poco rassicurante per l’individuo. Si tratta soprattutto di un problema di regole o di una crisi di fiducia nel patto tra generazioni?
Il sistema contributivo risponde in modo più coerente alle esigenze di sostenibilità finanziaria, perché lega direttamente l’importo della pensione ai contributi versati, capitalizzati al tasso di crescita dell’economia.Il problema nasce però dal contesto in cui questo sistema opera.
In un mercato del lavoro frammentato, con carriere discontinue, difficoltà di accesso a occupazioni stabili e salari stagnanti, le storie contributive dei giovani rischiano di essere insufficienti. Inoltre, la crescita economica italiana è debole da decenni, il che implica che i contributi – già pochi – vengono rivalutati a tassi molto bassi.Il risultato è che le nuove generazioni vanno incontro a pensioni modeste. È comprensibile che questo alimenti sfiducia, ma il nodo centrale non è il disegno del sistema pensionistico in sé. Il vero problema è la scarsa qualità del mercato del lavoro e la mancanza di crescita economica. Si tratta di questioni strutturali che non possono essere risolte intervenendo sulle regole previdenziali.
La scelta più difficile, ma anche la più necessaria, è farsi carico seriamente delle prospettive pensionistiche dei giovani. Questo non significa stravolgere ancora una volta le regole della previdenza, ma affrontare i nodi strutturali che frenano la crescita e la competitività del Paese.Detto questo, qualcosa può essere fatto anche sul piano pensionistico. Un intervento concreto potrebbe essere il rafforzamento degli incentivi fiscali alla previdenza complementare per i giovani, favorendo anche contributi da parte delle famiglie: genitori e, perché no, nonni. Sarebbe un trasferimento intergenerazionale virtuoso, un regalo fatto oggi per garantire sicurezza domani.
Conclusioni: quale futuro per le pensioni dei giovani di oggi
Dalle parole di Galasso emerge con chiarezza che il nodo pensionistico non può essere affrontato isolatamente. La sostenibilità del sistema passa da scelte che vanno ben oltre l’età pensionabile o le formule di calcolo e chiamano in causa il funzionamento del mercato del lavoro, la crescita economica e il patto tra generazioni.
Nei prossimi anni, la vera sfida per la politica non sarà promettere pensioni più generose senza coperture, ma ricostruire condizioni che permettano ai giovani di accumulare carriere stabili e contributi adeguati.
In questo quadro, strumenti come la previdenza complementare possono diventare un tassello importante, soprattutto se inseriti in una visione di solidarietà intergenerazionale capace di guardare al lungo periodo.
Tutte le dimensioni della sostenibilità – finanziaria, politica e sociale – devono coesistere affinché un sistema pensionistico possa reggere nel tempo.