L’accordo sui dazi annunciato un po’ a sorpresa tra gli USA di Donald Trump e l’India di Narendra Modi è la conferma che qualcosa di stia muovendo sul fronte geopolitico in Asia. Washington ha abbassato dal 25% al 18% le tariffe aggiuntive, in cambio dell’impegno di Nuova Delhi ad azzerare le importazioni di petrolio russo. Inoltre, l’ormai quarta economia mondiale aumenterà le importazioni di energia dagli USA e sosterrà acquisti complessivi per 500 miliardi di dollari dalle aziende americane.
Accordo sui dazi tra USA e India dopo UE
L’intesa arriva a pochi giorni di distanza da un altro accordo con l’India, annunciato dall’UE di Ursula von der Leyen. I dazi saranno reciprocamente azzerati o fortemente ridotti sulla quasi totalità delle merci. Benefici visibili vi saranno a favore del settore automotive, con dazi ridotti per alcune centinaia di migliaia di veicoli all’anno, vini pregiati e da tavola.
Due indizi non fanno una prova, ma creano più di un sospetto. Non è che l’Occidente stia cercando di rimpiazzare la Cina con l’India nella sua nuova impostazione geopolitica tesa ad allentare la propria dipendenza strategica? E non è che le divisioni tra Europa e USA siano meno profonde di quanto lascino intendere certe polemiche a beneficio dei media internazionali? La Groenlandia ha attirato le attenzioni dell’opinione pubblica all’inizio di quest’anno per le rivendicazioni americane contro la Danimarca. Il tema esiste, ma forse alla Casa Bianca stanno cercando di massimizzare la pressione su Bruxelles non per ottenere il controllo dell’isola di ghiaccio.
Occidente unito contro Cina?
Dietro all’animosità verbale del presidente Trump si celerebbe la voglia di portare gli alleati del Vecchio Continente dalla propria parte contro la Cina. Nei decenni passati, l’UE si era legata strategicamente a Pechino nella convinzione che nel tempo avrebbe avuto accesso ad un ampio mercato di 1,4 miliardi di consumatori.
I calcoli si sono rivelati sbagliati. La bilancia commerciale tedesca è sempre più in profondo rosso riguardo ai saldi dell’import-export con la Cina, segno che la strategia non abbia funzionato affatto.
Tra pandemia e guerra russo-ucraina, tutti in Occidente hanno compreso che il Dragone non sia un soggetto affidabile. Sebbene reciti la parte dell’attore multipolare rispettoso degli interessi altrui, la realtà è ben diversa. Solo con i dazi gli USA hanno ridotto nel 2025 l’enorme deficit commerciale con la Cina, portandolo a 189,35 miliardi di dollari dai 295,5 miliardi dell’anno prima. Al contrario, l’UE sta peggiorando la propria situazione, a causa di un processo di dirottamento delle merci cinesi sul mercato comune.
Reshoring premia India
Gli interscambi tra USA e India sono assai inferiori: 137,5 miliardi nel 2025 (+105% in 10 anni), con un deficit commerciale per Washington di 53,5 miliardi. Pur in calo, con la Cina valgono quasi il triplo. Quale sarebbe la finalità degli accordi sui dazi? L’Occidente vorrebbe portare Nuova Delhi dalla sua parte, integrandola nelle sue catene di produzione.
Poiché è in corso da qualche anno un “reshoring” ai danni della Cina, le nostre multinazionali trovano conveniente ri-delocalizzare in contesti vicini a basso costo: India e Vietnam, anzitutto.
L’India stessa ha tutta la convenienza a sfruttare questa fase, come dimostrano i tassi di crescita del suo Pil: +7,4% nell’esercizio 2025-2026 contro il +5% cinese. Non gode di buoni rapporti con Pechino, a causa di frizioni sui confini e della competizione per assurgere a potenza regionale. A differenza dei cinesi, però, gli indiani non ambiscono a diventare l’anti-USA, né nutrono sentimenti anti-occidentali. Pur con le imperfezioni del caso, sono anche la più grande democrazia al mondo, per questo ben più rassicuranti della dittatura comunista.
Obiettivo: divide et impera in Asia
Recidendone il legame con la Russia, Trump mira a dividere i cosiddetti Brics. Capite che una cosa sarebbe avere contro tre nazioni per una popolazione complessiva di 3 miliardi di persone e un Pil pari al 23% di quello globale. Attirando a sé l’India, l’Occidente si garantirebbe l’alleanza con l’economia dalle maggiori potenzialità di crescita per il secolo prossimo. E cosa non meno importante, indebolirebbe il fronte asiatico. Modi ha già sacrificato il suo rapporto con Mosca. Fino al 2021 (prima dell’invasione dell’Ucraina) importava appena l’1-2% del petrolio complessivo da essa, mentre nel novembre scorso ben il 35,1%, ossia la media di oltre 1,87 milioni di barili al giorno.
Cosa può accadere con l’accordo? La Russia dovrà trovarsi un nuovo mercato di sbocco per parte rilevante delle sue esportazioni e che troverà quasi certamente in altre grandi economie come la Cina. In un certo senso, l’Occidente sta costringendo queste due economie a dipendere molto più l’una dall’altra. E nessuna delle due lo desidera. L’India potrà attingere al petrolio non soltanto americano (gli USA restano importatori netti di energia), bensì anche saudita, venezuelano e si spera nel prossimo futuro anche di un Iran tornato filo-occidentale.
Dazi USA leva per avvicinare l’India
La leva dei dazi è sempre più usata dagli USA per plasmare le relazioni geopolitiche, non strettamente commerciali, in base ai propri obiettivi strategici.
Con l’India emerge in maniera evidente e la peculiarità consiste nel fatto che anche l’UE abbia adottato la medesima linea. Per quanto la globalizzazione venga demonizzato come origine di tutti i mali, la realtà è che le economie avanzate non possono immaginare di produrre da sé gran parte delle merci. La conseguenza sarebbe un aumento strutturale dei prezzi al consumo e l’impoverimento generalizzato dei loro abitanti. Hanno bisogno di un nuovo mercato in cui produrre a basso costo, ma che al contempo si mostri affidabile e non un ambiente ostile come la Cina. Lo stanno trovando nel subcontinente asiatico, forse i veri vincitori della nuova era geopolitica.
giuseppe.timpone@investireoggi.it