Il calcolo della pensione oggi, soprattutto per i contribuenti che non hanno versamenti anteriori al 1996, è diventato relativamente più semplice. Si tratta infatti di un calcolo interamente contributivo che, come vedremo, si basa quasi esclusivamente su quanto un lavoratore ha versato nel corso della propria carriera.
In passato la situazione era molto più complessa: occorreva verificare l’ammontare delle ultime buste paga, distinguere le diverse quote di calcolo e applicare regole differenti. In linea generale, le pensioni contributive risultano più basse di quelle retributive, almeno nella stragrande maggioranza dei casi.
Ma anche se oggi stimare la pensione futura è più facile, i dubbi dei lavoratori restano numerosi.
In particolare, è molto diffuso il timore di un forte calo dello stile di vita nel passaggio dallo stipendio alla pensione.
“Buongiorno, volevo un chiarimento riguardo alla pensione che dovrei prendere a partire dal primo novembre 2026, quando compirò 67 anni di età. Ho 22 anni di contributi e andrò in pensione di vecchiaia. La mia pensione dovrebbe essere calcolata con il sistema misto, avendo due anni di contributi versati quando avevo 20 anni. Oggi prendo uno stipendio di 1.550 euro al mese. Salvo piccoli aumenti, più o meno è quello che prendo da un paio di anni. Prima prendevo stipendi di poco superiori a 1.000 euro. Secondo voi la mia pensione scenderà sotto i 1.000 euro? Mi chiedevo se c’era un metodo per capire in percentuale cosa cambia tra pensione e stipendio. Non so se sono stato chiaro circa il mio quesito.”
Calcolo pensione: quanto prendo rispetto all’ultimo stipendio e scenari futuri negativi
Quesiti come quello del nostro lettore arrivano quotidianamente.
È il segnale evidente di una preoccupazione molto diffusa: quella di vivere una pensione economicamente fragile dopo una carriera lavorativa dignitosa.
Il caso proposto consente di affrontare un tema di grande attualità, rilanciato anche da uno studio Censis–Confcooperative, secondo cui tra qualche decennio la pensione media sarà pari a poco più della metà dell’ultimo stipendio. Lo studio fa riferimento ai trentenni di oggi e a pensionamenti che avverranno dal 2060 in avanti.
Attualmente, invece, si stima che un lavoratore percepisca in media una pensione pari a circa l’81% dell’ultimo stipendio. Attenzione però a non fraintendere questi numeri. Nelle analisi, sia attuali sia prospettiche, si fa quasi sempre riferimento a lavoratori con carriere contributive lunghe e relativamente continue.
A prescindere dalle differenze tra sistema retributivo e contributivo, infatti, la durata della carriera e il livello medio delle retribuzioni restano elementi determinanti.
Il calcolo, la stima di vita, i coefficienti: ecco come funziona il meccanismo
Per capire quanto ammonterà la pensione rispetto all’ultimo stipendio, non bisogna guardare solo all’ultima busta paga, ma alla media delle retribuzioni percepite nell’intera carriera.
È evidente che chi ha solo 20 anni di contributi, con stipendi bassi per molti anni e un livello retributivo più alto solo nella fase finale, non può realisticamente aspettarsi una pensione pari a 1.600 euro al mese. In questi casi, soprattutto se la carriera è stata frammentata tra part-time, lavori saltuari o periodi di ammortizzatori sociali, l’aspettativa va ridimensionata.
Calcolo della pensione: ecco come funziona e cos’è il tasso di sostituzione
Le regole del calcolo contributivo sono piuttosto lineari. Ogni mese una quota dello stipendio confluisce nel cosiddetto montante contributivo. Nel Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti dell’INPS l’aliquota complessiva è pari al 33% della retribuzione, di cui il 9,19% a carico del lavoratore e la restante parte a carico del datore di lavoro.
Più alto è lo stipendio, maggiore sarà il contributo versato. Tutti i contributi accumulati vengono poi rivalutati annualmente sulla base di specifici indici. Al momento del pensionamento, il montante rivalutato viene moltiplicato per i coefficienti di trasformazione, che tengono conto dell’età anagrafica e della stima di vita della popolazione.
Queste regole valgono anche per chi rientra nel sistema misto, limitatamente alla quota di pensione calcolata con il metodo contributivo. Dallo studio Censis emerge che, con circa 38 anni di contributi, negli ultimi anni il tasso di sostituzione – cioè il rapporto tra pensione e ultimo stipendio – è stato intorno all’81%.
Il problema è che in futuro questo rapporto è destinato a peggiorare. Per i lavoratori di oggi, secondo le stime, nel 2060 il tasso di sostituzione scenderà sotto il 65%, con una tendenza al ribasso nel lungo periodo. Questo perché, nel sistema contributivo, l’aumento dell’aspettativa di vita rende progressivamente meno favorevoli i coefficienti di trasformazione. E la vita media, come mostrano i dati demografici, continua a crescere in modo costante.