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Tempesta sul debito USA: rendimenti in rialzo con 14 trilioni di emissioni

Una tempesta perfetta si sta addensando sul debito USA, che sta fronteggiando rendimenti in rialzo con una montagna da scalare.
31 Marzo 2026
Rendimenti del debito USA in rialzo e  trilioni da rifinanziare in un anno
Rendimenti del debito USA in rialzo e $14 trilioni da rifinanziare in un anno © Investireoggi.it

Se volete comprendere come mai il presidente Donald Trump sia così intento a trovare un accordo di pace con l’Iran dopo avere aperto la guerra con i raid di fine febbraio insieme ad Israele, dovete guardare alle aste del Tesoro. I rendimenti del debito USA stanno salendo ai livelli di guardia. La domanda di Treasury a 2, 5 e 7 anni è stata debole la settimana scorsa, mentre a febbraio era stata da record per il trentennale. Un improvviso peggioramento delle condizioni, che sta riguardando particolarmente il tratto breve della curva, quello maggiormente influenzato dalla politica monetaria della Federal Reserve.

Debito USA, rendimenti in forte risalita

Il rendimento a 2 anni viaggiava sotto il 3,40% prima dell’inizio di questa guerra, mentre è arrivato a salire fin sopra il 4% durante il venerdì scorso. Ancora oggi, si attesta sopra il 3,90%. Se prima il mercato obbligazionario prezzava 1-2 tagli ai tassi di interesse, adesso prevede persino un rialzo entro l’anno.

Le scadenze lunghe stanno reagendo un po’ meno male, ma l’andazzo resta negativo: +45-50 punti base per il decennale ormai al 4,40% e +30-35 punti base per il trentennale, arrivato a sfiorare il 5%.

Treasury 2 anni
Treasury 2 anni © License Creative Commons
Treasury a 10 anni
Treasury a 10 anni © License Creative Commons
Treasury a 30 anni
Treasury a 30 anni © License Creative Commons

Il rialzo dei rendimenti è una pessima notizia per tutti i governi, ma a maggior ragione per il Tesoro USA, che deve gestire un debito salito a più di 39.000 miliardi di dollari agli inizi del mese di marzo.

I conti pubblici sono allo sfascio totale: deficit federale al 6-7% del Pil, pur in un contesto di crescita dell’economia. Tenendo conto anche delle finanze locali, il disavanzo supera il 10% del Pil. Situazione da libri in tribunale con un debito sopra il 120%, se non fosse che la superpotenza continui a beneficiare del “privilegio esorbitante” di battere come moneta il dollaro.

$14 trilioni da emettere in 12 mesi

Già prima di questa nuova impennata dei rendimenti, il debito USA impensieriva per le sue scadenze entro 12 mesi per ben 10.000 miliardi. A queste si devono aggiungere 2.000 miliardi di emissioni federali per finanziare il deficit. E altri 2.000 miliardi arriveranno dal mercato dei corporate bond. Totale: 14.000 miliardi di bond da emettere in un anno. Sono un’enormità anche per l’economia americana. Ammontano al 45% del Pil. E l’America ha bisogno dei creditori stranieri per continuare a vivere sopra le sue possibilità. Senza, non ce la farebbe. Ma se la sfiducia, alimentata dalle tensioni geopolitiche, venisse meno, la finanza stelle e strisce scricchiolerebbe.

Trump immagina che il prossimo governatore Kevin Warsh tornerà a tagliare i tassi dal 3,75% attuale. Un miraggio per un’inflazione destinata a salire dal già alto 2,4% di febbraio. Sarà un miracolo se riuscirà ad evitargli una stretta e a convincere il mercato che sia cosa buona e giusta. Nel frattempo, il Pentagono batte cassa: chiede 200 miliardi al Congresso per rimpinguare le scorte di armamenti dopo le distruzioni accusate in Iran. Altro deficit che finisce per alimentare una spirale fuori controllo. Anche ammesso che arrivasse un taglio al costo del denaro, non riuscirebbe da sé ad invertire la tendenza. Già gli USA hanno pagato la cifra record di 1.220 miliardi nell’esercizio fiscale conclusosi al 30 settembre scorso.

Dollaro resta safe asset

Per non sprofondare nel pessimismo, bisogna guardare ai dati senza letture aprioristiche. Il dollaro non ha smesso, malgrado tutto, di essere la valuta di riserva mondiale. Tant’è che si è rafforzato con la guerra in Iran per la solita fuga dei capitali verso i “safe asset”. Ed evidentemente, il biglietto verde è ancora percepito come tale. E lo sarà verosimilmente anche nei prossimi anni. Questo dà a Washington l’opportunità di rifinanziarsi a costi meno insostenibili di quanto sarebbero per qualsiasi altra economia con numeri simili.

Pressione fiscale ancora relativamente bassa

Non è tutto. Nel 2025, la spesa federale è stata sopra il 23% del Pil contro entrate per appena il 17%. Sommati i conti degli enti locali, saliamo rispettivamente al 37% contro il 25-26%. Numeri agghiaccianti, che ci raccontano di una superpotenza che spende quanto uno stato ad economia mista, mentre vuole continuare a tassare come un’economia di stampo capitalistico. Non può andare avanti così. Ma se anche decidesse di coprire l’intero disavanzo aumentando le imposte, la pressione fiscale rimarrebbe sotto i livelli UE. Questi superano il 40% del Pil e si collocano tra il 43% e il 45% in economie come Danimarca, Francia, Italia e Germania.

Rendimenti su debito USA ancora segnale di fiducia

Tagliando qualche punto di spesa, gli USA riuscirebbero persino a non superare la pressione fiscale media nell’OCSE di poco superiore al 34%. Sarebbe ugualmente uno shock economico e persino psicologico. Tuttavia, questi numeri ci aiutano a capire un po’ meglio perché i rendimenti sul debito USA, tutto sommato, restano a livelli ancora gestibili. Il mercato sa che, messo alle strette, il governo disporrebbe di leve per intervenire a sostegno dei conti pubblici. In Europa, ad esempio, i conti vanno decisamente meglio, ma in caso di crisi risulta difficile aumentare la già altissima pressione fiscale.

E la storia insegna che il welfare, una volta garantito ai cittadini, diventa quasi intoccabile.

giuseppe.timpone@investireoggi.it

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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