La tecnologia ci rende più stupidi o più intelligenti?

La tecnologia e le invenzioni di oggi che contribuiscono ad agevolare la vita dell'uomo, ci rendono più stupidi o sono un simbolo della nostra intelligenza? Ci sono diverse opinioni a riguardo, mentre lo spettro di vivere in un'idiocrazia si fa sempre più incombente.

di Daniele Sforza, pubblicato il
La tecnologia e le invenzioni di oggi che contribuiscono ad agevolare la vita dell'uomo, ci rendono più stupidi o sono un simbolo della nostra intelligenza? Ci sono diverse opinioni a riguardo, mentre lo spettro di vivere in un'idiocrazia si fa sempre più incombente.

Il titolo di quest’articolo è una domanda che ci si pone da un sacco di anni e spesso crea categorizzazioni ed etichette che fanno solo male alla discussione: domandarsi se la tecnologia ci renda più stupidi o più intelligenti, infatti, non presuppone il fatto di dividerci nella categoria di chi pensa che il progresso tecnologico sia un male e in quella di chi crede sia un bene. Piuttosto è una questione che può alimentare discussioni in proposito, alimentando lo scambio di opinioni e punti di vista allo scopo di riflettere sul nostro presente e sul futuro molto vicino, oltre che sulle abitudini comportamentali dell’uomo. Per questo motivo, speriamo che possiate scrivere nei commenti la vostra opinione sul tema, al fine di creare un dibattito costruttivo e di lunga durata (il tema, dopotutto, è evergreen).  

L’uso di internet e dei social network

Evitando di integrarsi nel distruttivo confronto tra apocalittici e integrati, riflettiamo per un momento su come l’utilizzo di internet e dei social network possa aver influito, in positivo o in negativo, sulla nostra intelligenza. E’ naturalmente appurato come internet abbia permesso di divulgare le conoscenze a una massa numerosa, abbia ristretto i confini, ridotto drasticamente i gradi di separazione, rivoluzionato il mondo della comunicazione rendendola più aperta e diretta: l’avvento del mobile ha poi reso possibile navigare sulla rete anche tramite smartphone e tablet, seduti su una panchina al parco o mentre si fa una passeggiata. Sostanzialmente, tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno sono a portata di mano. Gli algoritmi dei motori di ricerca fanno il resto, perfezionandosi sempre di più nella selezione delle migliori notizie e scegliendo quelle più complete per rispondere interamente alle nostre esigenze.   Se dovessimo associare un termine a internet, questo sarebbe “conoscenza“. E’ la parola chiave principale che contraddistingue la filosofia di un servizio, se così si può definire, che in realtà è solo un universo in continua espansione ricco di informazioni. A domanda segue risposta: questa la semplice equazione che sta alla base di internet e dei motori di ricerca. L’utente digita il motivo del suo interesse e scopre un mondo. In parole, video, immagini, in schermate di chat, in forum dove poter incontrare altre persone con i nostri stessi interessi e le nostre stesse passioni e in tutto un mondo che ogni giorno sembra sempre nuovo.   Un discorso diverso va fatto per i social network: a essi possiamo associare un altro termine, quello di “condivisione“. Non socialità, dunque, perché intendiamoci, la socialità, la socializzazione sono un’altra cosa, bensì condivisione: dei propri stati d’animo, dei propri momenti belli da voler comunicare a tutti, delle proprie emozioni, delle proprie opinioni. In parole povere: la condivisione di noi stessi, la certificazione della nostra presenza nel mondo e una ricerca smodata di popolarità all’interno di un contesto virtuale dove anche le persone che si sono viste una volta per 5 minuti possono definirsi “amici”. Si tratta di uno scollamento dalla realtà, ma esemplifica molto bene il concetto virtuale: questo ha ucciso la socialità. Basta uscire per strada per accorgersi che la maggior parte delle persone che ci sono attorno sono incollate a uno smartphone.   Questo è un bene o un male per la nostra intelligenza? Verrebbe di rispondere che è un bene, poiché “conoscenza” e “condivisione” sono due affluenti dell’intelligenza, e in un certo senso è proprio così. Anche se uno studio pubblicato su Intelligence ha dimostrato in realtà che siamo meno reattivi rispetto al secolo scorso davanti a uno stimolo visuale. Più nel dettaglio, sono stati presi in considerazione 14 studi sull’intelligenza umana effettuati tra il 1884 e il 2004 basati sui tempi di reazione a uno stimolo visuale, che vanno a rappresentare la velocità dei processi mentali di un uomo e che sono un valore fondativo dell’intelligenza. Da questa raccolta di studi è emerso che alla fine dell’Ottocento il tempo di reazione dell’uomo era molto più basso rispetto al 2004, passando da 194 a 275 millisecondi.   Ci siamo davvero così impigriti?  

Le tecnologie indossabili e quelle automatiche

Un domani indosseremo scarpe intelligenti che ci guideranno lungo una mappa virtuale, controlleremo l’ora su un orologio che ci comunicherà il numero di battiti cardiaci al minuto, faremo acquisti semplicemente passando il nostro smartphone davanti a un dispositivo elettronico, azioneremo la lavatrice a distanza, vedremo programmi televisivi come se potessimo esplorarli all’interno e ci siederemo comodamente a bordo di auto ipertecnologiche che si guideranno da sole evitando incidenti e multe agli autovelox.   In questo scenario, che per molti versi è già esistente, l’uomo non fa più nulla. Non utilizza il cervello, perché un cervello pensante e tecnologico esiste già e fa le cose per lui. Non guida più l’auto, a meno che non sia per lui un piacere, non capisce il funzionamento di una moderna lavatrice, non riesce a orientarsi in uno spazio urbano. Forse sarebbe meglio declinare tutti questi verbi al futuro perché l’evoluzione, così come l’involuzione, è un processo lungo, ma il concetto in poche parole è questo.  

Andiamo verso l’idiocrazia?

Come può l’uomo evolversi e crescere se la tecnologia fa il “lavoro sporco” al posto suo? D’altro canto si potrebbe controbattere che proprio il fatto che l’uomo riesca a inventare una tecnologia capace di fare il lavoro al posto nostro è la vivida testimonianza di come l’uomo stesso sia diventato molto più intelligente, perché è riuscito a capire come creare una tecnologia che ci agevoli la vita.   L’uomo ha cominciato a impigrirsi seriamente quando non ha dovuto più ingegnarsi per reperire il nutrimento. O forse no, forse ha semplicemente cambiato prospettiva: dopotutto, anche oggi molti di noi devono ingegnarsi per arrivare alla fine del mese e l’intelligenza risulta un fattore fondamentale per riuscire a cavarsela.   Eppure il rischio incombente è quello di un futuro come quello dipinto nel film Idiocracy, che a parte diverse ingenuità, resta comunque un’opera che dà adito a enormi e interessanti spunti di riflessione.   Voi che ne pensate?

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Argomenti: Buzz