Si speculava circa un tonfo del dollaro dopo la riapertura di Hormuz, anche se la guerra con l’Iran non lo aveva rafforzato granché. Ma il pre-accordo di pace non solo non ha scalfito il biglietto verde, ma lo ha rafforzato ulteriormente e in media ai massimi da 13 mesi. Il dollaro resta super e con implicazioni notevoli per le altre principali valute mondiali. Lo yen è scivolato ai minimi da ben 40 anni ad un cambio di oltre 161. E l’euro scambia a poco più di 1,14, ai minimi da oltre 3 mesi.

Dollaro più super con riapertura di Hormuz
Il “super dollaro” tiene alta la pressione sulle principali banche centrali anche con il calo dei prezzi energetici.
L’inflazione dipende anche dai costi delle importazioni, che a loro volta risentono dei tassi di cambio. Euro, yen, sterlina, ecc., deboli aumentano i costi per i consumatori di Eurozona, Giappone, Regno Unito, ecc. E il biglietto verde vale in media il 3% in più rispetto alla fine di febbraio, cioè quando gli Stati Uniti e Israele iniziarono ad attaccare l’Iran.
Tassi FED più alti?
Il suo rafforzamento è comprensibile nelle fasi di tensione geopolitica e finanziaria, trattandosi di un bene rifugio o “safe asset”. Meno quando la tensione si allenta. Il fatto principale riguarda la Federal Reserve. Questa settimana, il governatore Kevin Warsh ha fatto il suo debutto presiedendo la prima riunione del FOMC. Non ha annunciato alcuna novità di politica monetaria, ma ha lanciato segnali precisi circa la volontà di contrastare l’inflazione americana.
Un linguaggio “hawkish” il suo, contrariamente alle premesse delle sua nomina da parte del presidente Donald Trump.
Nessuna dedollarizzazione in corso
Tassi FED più alti sostengono il dollaro, attirando flussi di capitali dal resto del mondo. E la divisa americana conferma il suo dominio nel sistema finanziario internazionale, a dispetto di una narrazione sempre più in voga e priva di riscontri concreti circa una presunta “dedollarizzazione” in corso. Anzi, l’accordo con l’Iran per com’è stato congegnato può rafforzare il ruolo globale del biglietto verde. Gli Stati Uniti si apprestano a cancellare le sanzioni, che da anni impediscono a Teheran di esportare petrolio alla luce del sole. L’economia persiana verrebbe reintegrata nel sistema dei pagamenti internazionali “dollaro-centrico”.
Se c’è un effetto benefico a lungo termine per gli Stati Uniti da questo accordo, esso risiede nell’attrarre nella propria orbita finanziaria una potenza regionale con l’obiettivo di sottrarla alla sfera d’influenza nemica. Al G7 di Evian, Francia, il presidente Trump ha chiesto alla Russia di trovare un accordo con l’Ucraina. Anche verso Mosca il tycoon sembra disposto a concedere la fine dell’embargo e il suo ritorno nello SWIFT. Sebbene l’intesa con Kiev non sembri vicina, in prospettiva un tale esito favorirebbe il dollaro dal momento in cui staccherebbe l’economia russa dall’abbraccio con Pechino.
Super dollaro anche grazie al boom IA
Il “super dollaro” resiste alle cassandre anche per assenza di alternative. Euro, yen e sterlina sono ciascuno alle prese con problemi propri legati alla crescita economica. Gli Stati Uniti sono l’unica grande realtà dell’Occidente a crescere a ritmi soddisfacenti, pur “drogati” da politiche fiscali ultra-espansive. L’Intelligenza Artificiale non sta che consolidando questo trend, concentrando gli investimenti sul suolo americano e consegnando a Washington le chiavi della crescita anche per i prossimi decenni. Non serve essere economisti per capire che ad una valuta debole corrisponde un’economia altrettanto debole. Il segnale che arriva dal forex per Europa e Sol Levante non è positivo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it