I permessi 104 sono uno strumento di tutela molto importante per chi assiste un familiare con disabilità. La loro funzione non è quella di concedere al lavoratore un tempo libero aggiuntivo, ma di permettere lo svolgimento di attività legate alla cura e al sostegno della persona assistita. La Corte di Cassazione civile, sezione lavoro, ha ribadito, con l’Ordinanza n. 13155/2026, un principio netto: quando il permesso viene usato soprattutto per finalità personali, e l’assistenza resta solo marginale, il datore di lavoro può arrivare al licenziamento per giusta causa.
Permessi 104 e finalità di assistenza: il punto centrale
La disciplina contenuta nell’articolo 33 della Legge 104/1992 riconosce al lavoratore il diritto di assentarsi dal lavoro per assistere un familiare con disabilità grave.
Si tratta di un beneficio collegato a una precisa esigenza sociale e familiare: garantire presenza, aiuto e supporto a chi necessita di cure. L’assegna resta retribuito. Spettano 3 giorni al mese, frazionabili anche in ore.
La Cassazione ha chiarito che non serve calcolare in modo meccanico ogni singolo minuto dedicato all’assistenza. Non esiste, quindi, un obbligo di dimostrare una cura continuativa per tutta la durata del permesso. Tuttavia, deve esserci un collegamento reale e diretto tra l’assenza dal lavoro e l’attività di sostegno al familiare disabile.
In altre parole, il permesso non può trasformarsi in un’occasione per occuparsi prevalentemente di interessi propri. La tutela concessa dalla legge ha una destinazione precisa e, se viene svuotata della sua funzione, può configurarsi un abuso.
Quando l’uso scorretto può costare il posto
Nel caso esaminato, un dipendente aveva richiesto un permesso pomeridiano per assistere la madre disabile.
Dagli accertamenti emersi nel rapporto con il datore di lavoro, però, l’attività effettivamente dedicata alla cura della familiare risultava limitata a pochi minuti.
La differenza tra il tempo di assenza autorizzato e quello realmente impiegato per l’assistenza è stata considerata rilevante. Non perché la legge pretenda una presenza costante e senza interruzioni, ma perché l’aiuto prestato alla persona disabile appariva del tutto secondario rispetto alla durata complessiva del permesso.
Secondo la Corte, un utilizzo simile non rispetta la ragione per cui il beneficio è previsto. Se il lavoratore si assenta dichiarando una necessità assistenziale, ma usa quel tempo quasi interamente per altro, viene meno il rapporto di fiducia con il datore di lavoro.
Buona fede e correttezza nel rapporto di lavoro
La decisione della Cassazione richiama anche i doveri generali di buona fede e correttezza che regolano il rapporto di lavoro. Il lavoratore che usufruisce di un diritto riconosciuto dalla legge deve farlo nel rispetto dello scopo per cui quel diritto esiste.
L’abuso dei permessi 104 non riguarda soltanto la violazione di una regola formale. Incide sul rapporto fiduciario, perché il datore di lavoro organizza l’attività aziendale tenendo conto dell’assenza giustificata da esigenze familiari tutelate dalla legge. Se tale motivazione non corrisponde alla realtà sostanziale, il comportamento può assumere una gravità tale da giustificare il recesso immediato.
La giusta causa di licenziamento, infatti, presuppone una condotta così seria da non consentire la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto. Nel caso specifico, la marginalità dell’assistenza prestata è stata ritenuta sufficiente per confermare la legittimità del provvedimento espulsivo.
Permessi 104: nessun controllo rigido, ma serve un legame vero
La Cassazione non introduce un criterio rigido basato sul cronometro. Non viene imposto di dedicare ogni istante del permesso alla persona disabile. Possono esistere spostamenti, attese, commissioni collegate alla cura o momenti non immediatamente visibili come assistenza diretta.
Il punto decisivo è un altro: deve restare riconoscibile la funzione assistenziale. Se il tempo viene usato in modo prevalente per scopi personali, mentre l’aiuto al familiare è minimo o solo apparente, si supera il limite del corretto esercizio del diritto.
La pronuncia conferma, quindi, un equilibrio importante. Da un lato, la legge tutela il lavoratore che presta assistenza a un familiare con disabilità grave. Dall’altro, non protegge comportamenti contrari alla finalità della norma. I permessi 104 restano un diritto fondamentale, ma devono essere utilizzati in coerenza con la cura della persona assistita. Quando questo legame viene meno, l’assenza può perdere la propria giustificazione e aprire la strada a conseguenze disciplinari molto pesanti, fino al licenziamento per giusta causa.
Riassumendo
- I permessi 104 servono per assistere familiari con disabilità grave.
- Il beneficio deriva dall’articolo 33 della Legge n. 104/1992.
- Non serve assistenza continua per tutta la durata dell’assenza.
- Deve esistere un legame reale tra permesso e cura familiare.
- L’uso prevalente per fini personali configura abuso del diritto.
- La Cassazione conferma il licenziamento per giusta causa.
