La settimana si apre così come si era chiusa la precedente, ossia con cattive notizie sul fronte geopolitico e che arrivano sia dal Golfo Persico che dagli Stati Uniti. I bond europei resteranno sotto pressione anche nelle prossime sedute dopo che la Banca Centrale Europea (BCE) ha tenuto i tassi di interesse invariati, ma prospettando un loro rialzo per giugno contro la ripresa dell’inflazione. Dopo il board, due annunci del presidente americano Donald Trump hanno scosso i mercati e i cui effetti vedremo solo da oggi, data la festività dell’1 maggio. Il primo è stato l’aumento dei dazi sulle importazioni di auto dall’Unione Europea al 25%.
Il secondo riguarda il possibile ritiro entro 12-18 mesi di 5.000 truppe USA dalla Germania.
Shock geopolitico ed economico per bond europei
Entrambe le novità rappresentano uno shock sia geopolitico che economico per l’UE e, particolarmente, per la Germania del cancelliere Friedrich Merz. Le sole esportazioni di auto tedesche negli Stati Uniti sono state 3,4 milioni nel 2025 e per un controvalore di 28 miliardi di euro. I dazi rischiano di accentuare l’aria di crisi strutturale che si respira presso la prima economia europea, la quale è riuscita nel primo trimestre dell’anno a crescere dello 0,3% sui tre mesi precedenti.
Il ritiro delle truppe USA dalle basi in Germania, seguito possibilmente da analoghe iniziative in Spagna e Italia, lancia un segnale ben preciso agli alleati: non ci sarà più alcuna garanzia di sicurezza dopo che gli Stati Uniti sono stati lasciati soli sull’Iran. E per l’UE nel suo complesso assume un significato chiaro: bisogna accelerare sul riarmo per non mostrarsi vulnerabili alle minacce russe e di altre potenze straniere.
A sua volta, ciò implica la necessità di aumentare la spesa militare.
Riarmo europeo sempre più impellente
Il problema è che emettere bond europei per finanziare il riarmo sta costando di più con la guerra in Iran e il surriscaldamento delle aspettative d’inflazione. Due le cose: o l’UE corre il rischio di una crisi fiscale o cerca il modo di contenere i costi delle emissioni. Le altre opzioni, come la rinuncia al riarmo o la copertura delle spese militari con tagli al bilancio e/o aumento delle imposte, non sembrano politicamente praticabili.
Quindi? Come vi avevamo avvertiti già da tempo, il mercato sta prezzando nei bond europei uno scenario non necessariamente veritiero. Suppone che la BCE alzi i tassi contro l’inflazione in misura adeguata. Per questa ragione la curva delle scadenze si è appiattita con l’inizio della guerra in Iran, segno che ai rendimenti medio-brevi trainati dal rialzo dei tassi non sembra corrispondere un’altrettanta risalita dei rendimenti lunghi influenzati dalle aspettative d’inflazione.
Dazi e ritiro truppe: possibile impatto in UE
Il contesto geopolitico impone una riflessione differente. Tra dazi auto e ritiro delle truppe USA, l’amministrazione Trump sta rafforzando la convinzione tra i leader UE che il nostro continente non possa più fare affidamento sul suo principale alleato. Sul piano strettamente macro, i due annunci andrebbero in direzione opposte: i dazi favorirebbero un calo dei prezzi sul mercato domestico nel breve termine per la necessità delle case produttrici di rimpiazzare le minori esportazioni sul mercato americano. Inoltre, acuirebbero la crisi dell’economia europea.
Avrebbero, dunque, complessivamente una valenza deflattiva.
Viceversa, il ritiro delle truppe accelera il riarmo europeo (in deficit) e tenderebbe per questo a favorire l’aumento dei rendimenti, dei debiti sovrani e persino dell’inflazione via stimolo militare all’economia. In definitiva, cosa può accadere ai bond europei? La BCE sarà chiamata ufficiosamente a mostrarsi accomodante rispetto ai bisogni dei governi. Alzerà i tassi meno dell’inflazione, ragione per cui i tassi reali non solo resteranno bassi, ma potrebbero in futuro anche contrarsi rispetto ad oggi.
Lotta all’inflazione meno dura
In uno scenario di questo tipo, la curva delle scadenze tornerebbe più ripida. I bond europei a breve termine vedrebbero salire i rendimenti meno di quanto non farebbero quelli a lungo termine. Le aspettative d’inflazione salirebbero per la scarsa reazione della BCE (lo stesso varrebbe per le altre principali banche centrali) al carovita. Chi immagina che Francoforte agisca come un automa e in assoluta indipendenza dal potere politico, ha dimenticato i suoi pur brevi trascorsi. A maggior ragione in un periodo di vaglio dei candidati per la successione a Christine Lagarde da ottobre 2027.
giuseppe.timpone@investireoggi.it