Il vertice tra Xi Jinping e Kim Jong Un dell’8 e 9 giugno per il 65-esimo anniversario del trattato di mutua difesa tra Cina e Corea del Nord non solo segnato una svolta geopolitica, ma è stato un successo di immagine per quello che viene definito come “regno eremita”, poiché si è tenuto a Pyongyang. E’ stata la prima visita all’estero di quest’anno per il leader cinese e la sua prima dal 2019 in suolo nordcoreano. I due hanno siglato un’intesa per rafforzare i legami commerciali, militari e Kim l’ha spuntata su un punto fondamentale della sua politica estera: il nucleare.
Per la prima volta dopo molti anni, Pechino non chiede più la “denuclearizzazione” all’alleato. E questo non è un dettaglio.
Vertice tra Xi e Kim a Pyongyang in contesto complesso
Il vertice tra Xi e Kim a Pyongyang è avvenuto in un contesto globale particolare. Gli Stati Uniti si sono infilati in un vicolo cieco in Iran e nel frattempo la Russia di Vladimir Putin è in grossa difficoltà sul fronte ucraino, subendo gli attacchi nemici sul proprio suolo via droni. Negli ultimi anni, la Corea del Nord ha offerto supporto militare prezioso a Mosca sotto forma di invio di munizioni e soldati. Sebbene non abbiano inciso in maniera determinante sulle sorti del conflitto, hanno rafforzato l’economia e il potere politico di Kim.
Pechino ha assistito preoccupata a questo avvicinamento tra i suoi due vicini di casa. Considera da sempre la Corea del Nord il proprio cortile di casa, pur con l’autonomia che è stata capace di ritagliarsi tramite una chiusura al resto del mondo senza eguali nell’era contemporanea.
Non si sa quasi nulla di questo stato comunista, se non che sia retto dalla dinastia dei Kim e che la popolazione di 25 milioni di abitanti scarsi vive sotto l’effetto di una brutale repressione e di una propaganda h24.
Crisi del cambio e boom dei prezzi
La Cina per la Corea del Nord è essenzialmente il suo unico partner commerciale. L’import/export tra i due Paesi è salito di oltre il 25% nel 2025 a 2,73 miliardi di dollari e sfiorando il record del 2019 di 2,79 miliardi. Pyongyang ha importato da Pechino beni per 2,29 miliardi ed esportato per 400 milioni. D’altronde, non produce quasi nulla, se non materie prime come il tungsteno, energia elettrica grazie alle centrali a ridosso dei fiumi e parrucche con capelli rifiniti e spesso acquistati dalla stessa Cina.
Non ci sono dati macro disponibili. Quei pochi che si conoscono sono parziali e stimati dalla Banca di Corea in base ad informazioni attinte tramite servizi segreti o analisi indipendenti. Si sa, ad esempio, che il tasso di cambio nell’ultimo anno ha perso il 57,5% e negli ultimi 3 anni oltre l’87%. Pur in recupero su base mensile del 10,6%, il collasso valutario rifletterebbe il boom di importazioni con l’allentamento delle restrizioni anti-Covid. Quando arrivò la pandemia, Kim fece blindare i confini e le relazioni commerciali risultarono azzerate. Non fu possibile importare quasi nulla dall’estero e si diffuse una grave carenza di prodotti anche di base tra la popolazione.
Se il k-won collassa contro il dollaro, il prezzo del riso è esploso del 220% in un anno e del 560% in 2 anni. Il riflesso di un’offerta insufficiente e forse anche di una più ampia inflazione trainata proprio dal cambio debole. Ma paradossalmente, questi dati stanno accompagnandosi alla ripresa del Pil: +3,7% nel 2024 e molto probabilmente in crescita anche nel 2025. L’economia nordcoreana non era mai stata meglio sotto Kim e da diversi decenni a questa parte. Resta poverissima, con un Pil pro-capite attorno ai 1.000 dollari e un reddito mensile per la gran parte dei lavoratori nell’ordine delle poche decine di dollari.
Programma nucleare irrinunciabile per Kim
E allora perché Xi si è scomodato per recarsi al vertice con Kim a Pyongyang? La Corea del Nord sarà anche un’economia circa 800 volte più piccola di quella cinese, ma sul piano geopolitico non è una realtà marginale. La corsa al nucleare dei Kim impensierisce gli Stati Uniti da oltre 30 anni. Bill Clinton fu sul punto di inviare le truppe nel 1994, mentre Donald Trump incontrò per tre volte il dittatore tra il 2018 e il 2019 dopo avere minacciato “fuoco e furia”. Ha ammorbidito i toni contro di lui, di cui nutre quasi stima. La Cina pensa di poter usare il vicino per accrescere la sua leva sulla Casa Bianca. Cerca di convincerlo a trattare sul nucleare, così da vantare un credito con Washington e magari barattarlo su Taiwan o qualche altro fronte.
Il fatto è che un Kim rafforzato diventa ancora meno incline a cedere alle richieste americane. Trump ha sempre offerto la cancellazione delle sanzioni internazionali in cambio della rinuncia al nucleare. All’economia nordcoreana servirebbe come l’aria di poter commerciare liberamente con il resto del mondo. Tuttavia, ne avrebbe oggi un po’ meno bisogno di qualche anno fa. Grazie alle relazioni con la Russia e all’intensificazione di quelle con la Cina, gli scambi sono già aumentati e stanno attenuando la carenza di beni e consentendo la ripresa della produzione interna.
Per il momento, Trump neanche ci prova ad aprire un ennesimo fronte internazionale con l’Iran a tenerlo occupato. Per Kim non può andare meglio di così.
giuseppe.timpone@investireoggi.it