Siamo alle porte del referendum sulla giustizia, di cui ormai da mesi si discute. Un argomento che, di fatto, ha monopolizzato l’attenzione generale in misura pari, forse, soltanto alla nuova guerra in Iran. Il referendum è tecnico: riguarda le carriere dei giudici, dei PM e dei magistrati, affronta il tema delle sanzioni disciplinari, della separazione delle carriere, del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte Disciplinare.
Il risultato del referendum del 22 e 23 marzo è ritenuto da molti rilevante sul piano politico. Con il NO sarebbero premiate le tesi delle opposizioni, mentre con il SÌ quelle dell’attuale maggioranza di governo.
Ma è possibile che il referendum e il suo esito abbiano rilevanza anche su altri aspetti della collettività? Parliamo sempre di ipotesi, o di semplici teorie. Eppure c’è chi sostiene che il risultato del referendum potrebbe avere un impatto anche sulle pensioni. Si può condividere o meno questa posizione, ma resta il fatto che è sostenuta da molti.
Il riferimento è ad alcune sentenze della Cassazione, che, secondo tali interpretazioni, dimostrerebbero il funzionamento ottimale della Magistratura allo stato attuale. Si tratta, appunto, di teorie: ne riportiamo i contenuti senza addentrarci nei tecnicismi e senza esprimere giudizi.
Pensioni in Italia: cosa cambierebbe dopo il referendum, ecco le teorie che si fanno
Secondo quello che ormai è definito il fronte del NO, bisognerebbe votare contro la riforma della giustizia voluta dall’esecutivo Meloni. Questo perché le ultime sentenze della Corte di Cassazione avrebbero riconosciuto maggiori diritti ai pensionati. Le pronunce a cui si fa riferimento sono, in effetti, favorevoli ai pensionati o ai lavoratori che hanno presentato ricorso.
Tali decisioni si fondano su interpretazioni date dall’INPS a norme e leggi. Diverse sentenze della Cassazione, per esempio, hanno esteso il diritto all’Ape sociale anche a disoccupati rientranti nel perimetro della NASpI, ma senza l’obbligo di averne prima usufruito, cioè senza il passaggio preliminare dall’indennità di disoccupazione.
Altre sentenze hanno ampliato il beneficio delle maggiorazioni sociali anche ai titolari di pensioni di invalidità contributiva interamente calcolate con il sistema contributivo. Una possibilità che, secondo l’INPS e in base alla propria interpretazione delle norme — che escludono i cosiddetti contributivi puri — non era prevista.
In generale, le sentenze rappresentano la risposta di un giudice a un caso specifico e circoscritto. Tuttavia, possono essere utilizzate come precedenti giurisprudenziali per altre azioni da parte di contribuenti che si riconoscono nella stessa situazione di chi ha ottenuto ragione.
Ecco alcune sentenze su cui si basano molte teorie sull’utilità del referendum sulle pensioni
La Cassazione, da anni, ha ampliato anche il riconoscimento del part-time ciclico: una modalità lavorativa che, riducendo l’orario, impediva il raggiungimento del minimale contributivo necessario per accedere alla pensione. In pratica, lavorando a orario ridotto, un anno di lavoro non veniva considerato equivalente a un anno pieno di contributi, secondo la normativa e l’interpretazione adottata dall’INPS.
La Cassazione ha invece stabilito che il part-time non deve incidere sul minimale contributivo.
Certo, si può ritenere che questo rappresenti un vantaggio, ma, nei fatti, lavorare meno significa versare meno contributi: anche se il requisito dell’anzianità contributiva viene colmato grazie a queste pronunce, la pensione risultante sarà spesso molto bassa, talvolta insufficiente a garantire una vita dignitosa.
È il segno che, pur essendo un passo avanti, non è sufficiente. Sempre la Cassazione ha inoltre stabilito che, al compimento dei 67 anni, anche chi è andato in pensione anticipata può beneficiare della neutralizzazione dei contributi dannosi. Contributi che, sebbene inizialmente necessari per anticipare l’uscita dal lavoro, diventano successivamente inutili, dato che, a quell’età, è richiesto un minimo di 20 anni di contributi.
Le questioni inerenti la previdenza sociale italiana resteranno questioni aperte
C’è, in definitiva, chi sostiene che il referendum potrebbe incidere su un sistema che, in alcuni casi, si è dimostrato rigoroso nel riconoscere diritti che il legislatore aveva negato ai contribuenti. Tuttavia, la prospettiva può essere letta anche diversamente: il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
Esistono infatti numerose sentenze che hanno visto i cittadini soccombere nei confronti dell’INPS, probabilmente in misura anche superiore rispetto a quelle favorevoli. Si registrano contributi persi per prescrizione, talvolta anche per un solo giorno di ritardo nella presentazione dell’istanza. Vi sono diritti inespressi definitivamente decaduti, domande di pensione respinte dall’INPS e decisioni successivamente confermate dai giudici.
In una prospettiva di assoluta neutralità, che prevalga il SÌ o il NO al referendum, dal punto di vista delle pensioni è difficile sostenere che vi saranno cambiamenti sostanziali, in meglio o in peggio.