La nuova riforma delle pensioni dovrebbe superare la legge Fornero e, tra le principali criticità introdotte dall’intervento del governo Monti, vi è senza dubbio una riduzione della flessibilità in uscita. Il sistema previdenziale soffre oggi di questa rigidità e, dopo l’ultima legge di Bilancio, tale carenza appare ancora più evidente, anche a seguito della cessazione di due misure che ampliavano le possibilità di uscita dal lavoro.
Con l’addio a Opzione Donna e Quota 103 sono venuti meno strumenti di pensionamento anticipato, ma soprattutto di tipo flessibile. Di conseguenza, secondo molti analisti, la riforma dovrebbe ripartire proprio da qui: da una maggiore flessibilità.
Ma a quale prezzo? Perché, come dimostrano le misure ormai superate, uscire prima dal lavoro comporta sacrifici economici, traducendosi in assegni pensionistici più bassi.
Il sistema contributivo, il sistema retributivo, le pensioni anticipate e i calcoli
Il sistema pensionistico italiano si basa oggi su un meccanismo misto, che integra il sistema retributivo e quello contributivo, applicati in base alla storia lavorativa del contribuente.
Chi ha concluso la propria carriera entro il 31 dicembre 1995 beneficia di un calcolo interamente retributivo. Chi, invece, ha iniziato a lavorare dopo tale data rientra completamente nel sistema contributivo. Infine, chi ha versato contributi sia prima sia dopo il 1996 si colloca nel sistema misto: retributivo fino al 31 dicembre 1995 e contributivo per i periodi successivi. Tuttavia, per chi aveva già maturato almeno 18 anni di contributi prima del 1° gennaio 1996, il sistema retributivo si estende fino al 31 dicembre 2011, con passaggio al contributivo solo successivamente.
Nel sistema retributivo contano le ultime retribuzioni percepite, mentre nel sistema contributivo rileva il montante dei contributi versati.
Va però sottolineato che anche nel contributivo le retribuzioni restano determinanti, poiché a stipendi più elevati corrispondono versamenti contributivi più consistenti.
Pensioni flessibili per superare la riforma Fornero: in pensione prima ma con meno soldi
Come evidenziato, il sistema attuale offre una limitata flessibilità in uscita. Le misure di pensionamento anticipato, escluse quelle ordinarie come la pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi, sono sempre meno numerose. Venute meno Opzione Donna e Quota 103, restano strumenti come la pensione anticipata contributiva, l’Ape sociale e la Quota 41 per precoci, ma le alternative restano comunque limitate rispetto alle esigenze di molti lavoratori.
Uscire prima dal lavoro, tuttavia, comporta quasi sempre una riduzione dell’assegno pensionistico. In alcuni casi, il taglio è previsto direttamente dalla misura; in altri, deriva dal funzionamento stesso del sistema. Opzione Donna e Quota 103 rappresentano esempi emblematici: entrambe prevedevano il ricalcolo interamente contributivo della pensione.
Questo comportava penalizzazioni particolarmente rilevanti per chi, al 31 dicembre 1995, aveva già maturato almeno 18 anni di contributi. In questi casi, invece di applicare il contributivo solo ai periodi successivi al 2011, si passava a un ricalcolo totalmente contributivo, con una riduzione significativa dell’importo finale.
Si risolve tutto con una riforma pensioni dotata di misure flessibili?
Accettare il ricalcolo contributivo non è l’unico sacrificio richiesto da alcune misure di pensionamento anticipato.
In passato, ad esempio, era previsto anche un taglio percentuale dell’assegno per ogni anno di anticipo rispetto all’età pensionabile ordinaria.
Uscire prima dal lavoro, dunque, ha sempre avuto un costo. Qualunque misura flessibile venga introdotta con una futura riforma dovrà inevitabilmente prevedere un “pegno” economico. E ciò non solo per ragioni normative, ma anche per motivi strutturali del sistema.
Anticipare il pensionamento significa infatti interrompere prima la carriera lavorativa, riducendo il totale dei contributi versati. Questo aspetto incide in modo diretto soprattutto nel sistema contributivo, determinando assegni più bassi.
Il calcolo della pensione e le penalizzazioni di assegno
A ciò si aggiunge il meccanismo stesso del calcolo contributivo. Uscendo prima, il lavoratore percepisce una pensione più bassa anche perché il montante contributivo viene trasformato in rendita attraverso coefficienti di trasformazione.
Questi coefficienti sono tanto meno favorevoli quanto più bassa è l’età di pensionamento. In altre parole, prima si esce, minore sarà l’importo della pensione.
Inoltre, tali coefficienti sono destinati a diventare ancora meno vantaggiosi a partire dal 2027, come già avvenuto nel 2025. Questo perché sono legati all’aspettativa di vita: con l’aumento della longevità, il sistema adegua i coefficienti riducendo l’importo delle prestazioni.
In definitiva, l’equilibrio tra flessibilità in uscita e sostenibilità economica resta il nodo centrale della futura riforma delle pensioni.