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Pensioni con calcolo contributivo migliori di quelle retributive, strano ma vero, eppure a volte è così

Addirittura è meglio il calcolo contributivo della pensione rispetto al calcolo retributivo? A volte è proprio così.
17 Aprile 2026
calcolo pensione
Foto © Licenza Creative Commons

Quello di cui parleremo oggi può sembrare il controsenso più assoluto mai introdotto sulle pensioni; eppure, come vedremo, è l’assoluta realtà. Esistono infatti casi in cui andare in pensione con il metodo contributivo risulta più favorevole rispetto al metodo retributivo.

In altre parole, ci sono situazioni in cui vengono meno i vantaggi comunemente attribuiti al sistema retributivo. Le penalizzazioni tipiche di chi è stato costretto a scegliere il contributivo per accedere a misure come Opzione Donna o Quota 103 vengono quindi superate? In realtà, nel confronto generale tra i due metodi è difficile sostenere che il contributivo sia migliore, perché nella maggior parte dei casi il retributivo resta più conveniente.

Tuttavia, esistono casi particolari in cui la situazione si ribalta.

Il calcolo contributivo della prestazione, di cosa si tratta?

Non tutti sanno che alcuni contribuenti, grazie al sistema contributivo, possono arrivare a percepire una pensione più alta rispetto a quella calcolata con il metodo retributivo. Questo dipende soprattutto da come si conclude la carriera lavorativa.

Il calcolo contributivo basa l’importo della pensione sui contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. Tutti i versamenti confluiscono nel cosiddetto montante contributivo, che rappresenta il capitale accumulato nel tempo.

Al momento della liquidazione della pensione, l’INPS aggiorna questo montante applicando i tassi di rivalutazione maturati negli anni e, successivamente, lo moltiplica per i coefficienti di trasformazione. Si tratta di percentuali che determinano l’importo finale della pensione e che risultano tanto più favorevoli quanto più avanzata è l’età di uscita dal lavoro.

Il calcolo retributivo e le pensioni, cosa incide sulla prestazione?

Il metodo retributivo, invece, si basa sulle ultime retribuzioni percepite durante la carriera.

In questo caso, quindi, il peso maggiore ricade sugli ultimi anni di lavoro.

Per i dipendenti si considera la media degli ultimi 5 anni di stipendio (quota A), mentre per gli anni successivi al 1992 (quota B) si tiene conto delle ultime 10 annualità. Per i lavoratori autonomi, invece, i periodi di riferimento sono più lunghi.

La somma delle due quote determina la pensione complessiva, con gli importi opportunamente rivalutati all’inflazione.

Pensioni con calcolo contributivo migliori di quelle retributive

In linea generale, più alta è la retribuzione negli ultimi anni di carriera, maggiore sarà la pensione nel sistema retributivo. È per questo che questo metodo favorisce chi ha avuto una crescita professionale e salariale significativa nel finale di carriera.

Al contrario, chi negli ultimi anni ha subito un calo delle entrate — ad esempio passando al part-time, cambiando lavoro o attraversando periodi di disoccupazione indennizzata — rischia di essere penalizzato proprio dal sistema retributivo.

In questi casi, il metodo contributivo può rivelarsi più vantaggioso, perché valorizza l’intera storia contributiva e non soltanto gli ultimi anni. Ed è proprio qui che il presunto vantaggio del retributivo può trasformarsi, per alcuni lavoratori, in un limite.

Giacomo Mazzarella

In Investireoggi dal 2022 è una firma fissa nella sezione Fisco del giornale, con guide, approfondimenti e risposte ai quesiti dei lettori.
Operatore di Patronato e CAF, esperto di pensioni, lavoro e fisco.
Appassionato di scrittura unisce il lavoro nel suo studio professionale con le collaborazioni con diverse testate e siti.

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