Una volta la pensione era calcolata al momento dell’uscita dal mondo del lavoro sulle ultime annualità di retribuzione. Un meccanismo poco equo, che favoriva chi sul finire di carriera poteva trovare scatti, progressioni e cambi di mansioni che aumentando lo stipendio aumentavano la pensione. Poco equo perché discriminava i lavoratori di settori dove scatti e progressioni non erano possibili. Ma anche perché consentiva a qualche lavoratore di prendere delle pensioni nettamente più elevate di quelle che dovevano essere in base ai contributi versati per tutta la carriera. Poi, con la riforma Dini e con il metodo contributivo, la pensione ha preso le distanze dalla retribuzione (ma non del tutto come vedremo), virando per il suo calcolo sul montante dei contributi.
La pensione viene calcolata esattamente sull’ammontare dei contributi versati. Producendo però perdite per chi esce in anticipo. Uscire anche un solo anno prima del previsto fa perdere soldi al pensionato.
Pensioni a 66 anni e non a 67: cosa si perde ad uscire un anno prima con 20, 30 o 40 anni di contributi
Una pensione calcolata con il metodo contributivo guarda sostanzialmente solo all’ammontare dei versamenti finiti nel montante contributivo. Questa regola vale per chi ha iniziato a versare i contributi dopo il 1995. Ma anche per chi ha cominciato prima, questa regola si applica sulla quota di pensione calcolata col contributivo, ovvero per i periodi successivi al 1995 (o al 2011 se al 1995 l’interessato aveva già maturato 18 anni almeno di contributi). I contributi che un lavoratore versa durante la sua carriera, sono calcolati in percentuale sullo stipendio o sul reddito. Per esempio, nel Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti dell’INPS è il 33% della retribuzione ciò che viene destinato alla pensione (33% aliquota contributiva).
Naturalmente, se sale lo stipendio salgono anche i contributi. Ma l’incidenza di stipendi maggiori negli ultimi anni di carriera nel sistema contributivo è irrisoria se paragonata a ciò che accadeva nel metodo retributivo quando gli ultimi 2 o 3 anni di stipendio a cifre nettamente elevate finivano a volte con l’aumentare del 30% l’importo della pensione.
Nel sistema contributivo la pensione esce fuori dalla somma di tutti i contributi versati, rivalutati ai tassi di inflazione sopraggiunti a partire dall’anno successivo al versamento, e poi moltiplicati per i coefficienti di trasformazione. E sono questi coefficienti che rendono la pensione più bassa se si esce prima. Anche un anno prima fa perdere soldi quindi.
Calcolo delle prestazioni e aspettativa di vita
Le pensioni di vecchiaia si centrano a 67 anni di età con almeno 20 anni di versamenti. Uscire un anno prima, magari sfruttando uno scivolo, se la pensione viene calcolata interamente con il sistema contributivo fa perdere sempre qualcosa.
A prescindere che la pensione esca fuori da 20, 30 o 40 anni di versamenti. Il sistema dei coefficienti fa in modo che il coefficiente con cui il montante viene moltiplicato dopo essere stato indicizzato all’inflazione, sia migliore se l’età di uscita è più alta. Per esempio, a parità di versamenti, anche uscire a 66 anni e non a 67 anni fa perdere pensione.
Nel 2025 i coefficienti sono stati aggiornati. E sono validi anche nel 2026, perché poi dal 2027 ci sarà un nuovo aggiornamento.
Infatti, i coefficienti di trasformazione e quindi le regole di calcolo delle pensioni nel sistema contributivo sono collegati alle aspettative di vita della popolazione. Più sale la vita media degli italiani peggio valgono i coefficienti.
Al contrario se la vita media scende, i coefficienti diventano migliori. Perché se l’INPS deve pagare, sulla carta, pensioni per un periodo più lungo visto che gli italiani vivono di più, allora la pensione viene liquidata ad importi più bassi. Per preservare i conti pubblici naturalmente.