La proposta c’è, il piano anche. Adesso si tratta di capire se e come verrà trasformato in una misura concreta. Parliamo del progetto di introdurre una pensione flessibile a 64 anni di età, accessibile a tutti i contribuenti senza le attuali distinzioni tra chi ha iniziato a versare contributi prima o dopo il 31 dicembre 1995.
L’obiettivo sarebbe quello di superare le differenze oggi esistenti tra lavoratori, eliminando le limitazioni basate sulla tipologia di attività svolta, come nel caso dei lavori gravosi o usuranti, e creando una forma di pensionamento anticipato più ampia e uniforme.
La misura che potrebbe rappresentare una vera riforma del sistema previdenziale prevederebbe un’uscita flessibile a partire dai 64 anni di età, con una dotazione minima di 25 anni di contributi.
Ma per comprenderne la portata occorre analizzare alcuni aspetti fondamentali: il rapporto tra previdenza pubblica e previdenza complementare, il possibile utilizzo del TFR e le modalità di calcolo dell’assegno pensionistico.
Pensioni a 64 anni nel 2027: fondi pensione, TFR e calcolo del trattamento
Attualmente la pensione a 64 anni è riservata esclusivamente ai cosiddetti contributivi puri, cioè a coloro che non possiedono versamenti antecedenti al 1° gennaio 1996.
Si tratta della pensione anticipata contributiva, che consente l’uscita con almeno 20 anni di contributi, a condizione che l’importo della pensione raggiunga almeno tre volte l’assegno sociale.
La misura è particolarmente rigida: basta non soddisfare anche uno solo dei requisiti previsti per perdere il diritto alla prestazione.
Tra gli esclusi rientrano:
- i soggetti con almeno un contributo versato prima del 1996;
- i contribuenti che non hanno maturato almeno 20 anni di contribuzione;
- coloro che, pur avendo i requisiti contributivi, non raggiungono una pensione pari ad almeno tre volte l’assegno sociale.
L’idea allo studio sarebbe quella di ampliare notevolmente la platea dei beneficiari.
In cambio dell’apertura ai lavoratori del sistema misto, il requisito contributivo salirebbe da 20 a 25 anni.
Non verrebbero quindi più esclusi coloro che hanno iniziato a lavorare prima del 1996. Resterebbe però il vincolo relativo all’importo minimo della pensione, che potrebbe addirittura diventare più severo.
L’ipotesi attualmente discussa prevede infatti l’innalzamento della soglia minima da tre a 3,2 volte l’assegno sociale.
Come funzionerebbe la novità?
Se il progetto dovesse concretizzarsi, i nuovi requisiti della pensione flessibile potrebbero essere i seguenti:
- almeno 64 anni di età;
- almeno 25 anni di contributi versati;
- pensione di importo non inferiore a 3,2 volte l’assegno sociale.
Per rendere sostenibile il sistema, la misura potrebbe prevedere forme di penalizzazione sull’assegno pensionistico.
L’uscita anticipata, infatti, difficilmente potrebbe essere concessa senza una riduzione del trattamento rispetto a quello ottenibile con l’età pensionabile ordinaria.
Le ipotesi sul tavolo sono diverse.
Da un lato si potrebbe applicare una penalizzazione lineare, ad esempio pari al 2%, al 2,5% o al 3% per ogni anno di anticipo rispetto all’età pensionabile.
Dall’altro lato appare più probabile il ricorso a un sistema basato sul ricalcolo contributivo integrale della pensione, soluzione che comporterebbe una riduzione dell’importo soprattutto per chi ha una parte della carriera calcolata con il metodo retributivo.
Previdenza integrativa e TFR: quale ruolo potrebbero avere
Uno degli aspetti più innovativi del progetto riguarda il possibile coinvolgimento della previdenza complementare.
L’idea sarebbe quella di consentire ai lavoratori di utilizzare la rendita maturata nei fondi pensione integrativi per raggiungere l’importo minimo richiesto dalla normativa.
In pratica, chi a 64 anni non riuscisse a ottenere dall’INPS una pensione pari almeno a 3,2 volte l’assegno sociale potrebbe integrare il trattamento con quanto accumulato nel proprio fondo pensione.
L’utilizzo della previdenza complementare sarebbe quindi facoltativo per chi supera già la soglia minima richiesta, ma diventerebbe sostanzialmente necessario per chi non riesce a raggiungerla con la sola pensione pubblica.
E se neppure la rendita del fondo pensione fosse sufficiente?
In questo caso entrerebbe in gioco un’altra ipotesi allo studio: la possibilità di trasformare il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) in una rendita periodica anziché riceverlo in un’unica soluzione.
Il TFR potrebbe quindi essere utilizzato come integrazione della pensione pubblica e della previdenza complementare. Contribuendo così al raggiungimento della soglia minima necessaria per accedere alla pensione flessibile.
Si tratterebbe di un sistema fondato sull’integrazione tra primo pilastro (previdenza obbligatoria) e secondo pilastro (fondi pensione). E, potenzialmente, anche sul TFR, con l’obiettivo di ampliare la flessibilità in uscita senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici.