Tassi ai minimi dall’Urss e petrolio sopra 40 dollari: i bond della Russia sorridono

L'ultimo taglio della banca centrale porta i tassi in Russia ai livelli più bassi dalla caduta dell'Unione Sovietica. E insieme al petrolio formano un quadro molto favorevole per i titoli di stato.

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L'ultimo taglio della banca centrale porta i tassi in Russia ai livelli più bassi dalla caduta dell'Unione Sovietica. E insieme al petrolio formano un quadro molto favorevole per i titoli di stato.

L’altro ieri, la Banca di Russia ha tagliato i tassi d’interesse di altri 100 punti base al 4,50%, portandoli al livello più basso nella storia nazionale dalla caduta dell’Unione Sovietica. Non solo, il governatore Elvira Nabiullina ha segnalato che potrebbe ridurre ulteriormente il costo del denaro, dato che la disinflazione globale in corso avrebbe una durata e un’intensità superiori alle previsioni e spingerebbe il tasso d’inflazione in Russia sotto il target del 4%. A maggio, risulta essere sceso di poco al 3%, nettamente sotto i tassi d’interesse, che rimangono positivi in termini reali di almeno 150 punti base. E di questi tempi non è scontato che accada nemmeno tra le economie emergenti. Basti guardare alla Turchia.

Per il mercato obbligazionario domestico è musica. I rendimenti sovrani a 10 anni sono scesi quest’anno dal 6,23% al 5,51%, quelli a 2% dal 5,64% al 4,50%. Questi ultimi si sono così perfettamente allineati ai tassi fissati dall’istituto, come del resto avviene per le scadenze medio-brevi. Nel frattempo, il cambio si è indebolito molto meno delle precedenti due crisi vissute da Mosca dal 2008. In occasione della crisi finanziaria globale aveva perso il 35% contro il dollaro, mentre era crollato fino al 60% tra il 2014 e inizio 2016, allorquando le quotazioni del petrolio precipitarono ai minimi dal 2003. Stavolta, il bilancio risulta negativo solamente dell’11% e, cosa ancora più significativa, rispetto ai minimi toccati a marzo, il rublo ha già recuperato il 14%.

Il rialzo dei prezzi dei bond russi in valuta locale non ha tenuto il passo con l’indebolimento del cambio, ma forti soddisfazioni sono arrivate a quanti a marzo, in occasione del “sell-off” sui mercati causato dal Covid-19, si fossero posizionati sui titoli in dollari.

Il decennale ha guadagnato il 10%, mentre il bond con scadenza 2042 ha messo a segno da allora un rimbalzo del 32%, simile al 33% del bond 2047. Adesso, sui 10 anni si percepisce un rendimento annuale del 5,15%, sul 2042 intorno al 2,90%.

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Diverse le buone notizie

Che si punti al mercato sovrano in rubli o a quello in dollari, le buone notizie arriverebbero da più fronti. Anzitutto, il Brent si è riportato sopra i 40 dollari al barile e, pur in perdita di oltre un terzo da inizio anno, segnala un forte rimbalzo dai 16-17 dollari a cui era precipitato in aprile. La Russia è la seconda potenza produttrice del mondo e buona parte delle sue esportazioni è composta da greggio. Con il rincaro delle quotazioni, il cambio dovrebbe apprezzarsi, aumentando il valore degli assets in rubli e riducendo i rischi sovrani anche per quelli in dollari. Si consideri che, tra quotazioni e cambio, un barile oggi rende oltre un quarto in meno rispetto a 5-6 mesi fa.

Si tenga anche conto che il debito totale russo (pubblico + privato) si attesti solamente all’80% del pil, qualcosa come 3 o finanche 4 volte in meno i livelli occidentali. Inoltre, gli stimoli fiscali di Mosca sono stati ad oggi, tutto sommato, contenuti, pari al 2% del pil, quando negli USA quelli già varati sfiorano il 15%. Probabile che l’inflazione continui a decelerare nei prossimi mesi, anche in conseguenza della caduta del pil (-28% a maggio), un fatto che spingerebbe la Banca di Russia a tagliare ancora i tassi, alimentando gli acquisti di bond domestici e ciò senza che il rublo ne risentirebbe negativamente, anche per effetto del recupero del greggio sui mercati internazionali e dell’indebolimento recente del dollaro.

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