Primo trimestre da dimenticare per i BTp, perdite e rendimenti su

Il primo trimestre dell'anno è stato particolarmente negativo per i BTp, travolti dal rialzo dei rendimenti sul mercato obbligazionario

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Spread giù dopo rialzo tassi BCE

Si è concluso peggio delle previsioni il primo trimestre di quest’anno per il mercato obbligazionario italiano. Non che altrove sia andato meglio, anzi. I bond sono stati colpiti dagli alti tassi d’inflazione. In Italia, i prezzi al consumo sono saliti del 6,7% su base annua a marzo, mai così tanto dal 1991. E così, il BTp Future ha perso nel periodo il 6%, scendendo ai livelli della primavera 2020, ad inizio pandemia. L’indice capta l’andamento generale dei titoli di stato italiani con scadenza media attorno ai 10 anni.

Se passiamo dai prezzi ai rendimenti, scopriamo che il rialzo medio tra i BTp è stato all’incirca sui 100 punti base, cioè dell’1%. Infatti, la scadenza che ci fornisce maggiormente un’idea del mercato sovrano tricolore nel suo insieme è quella a 7 anni. Tale è la durata media del nostro debito pubblico. Ebbene, il suo rendimento è passato da 0,66% a inizio anno a 1,67% di ieri.

Costo BTp su, spesa per interessi giù

L’aumento dell’1% del rendimento medio equivale a un maggiore costo del debito nel lungo periodo di circa 23 miliardi di euro.

Tuttavia, va detto anche che il tasso implicito, vale a dire il rapporto tra costo del debito e stock, nel 2021 era ancora al 2,4%. Pertanto, l’1,7% medio ponderato a cui sono arrivati i rendimenti dei BTp risulterebbero inferiori al costo medio e ciò implica che l’incidenza della spesa per interessi sul PIL continuerebbe a ridursi.

Di sicuro c’è, poi, che i rendimenti negativi sono quasi scomparsi dal nostro mercato. Non ne esistono più sopra i 12 mesi, così come in Germania sono spariti sopra i 2 anni. Per coloro che volessero entrare sul mercato adesso o nel prossimo futuro, questa è una buona notizia.

Significa che possono tornare a prendere in considerazione anche investimenti a medio-breve termine senza temere perdite, almeno non in termini nominali. La questione è molto diversa in termini reali, cioè tenuto conto dell’inflazione. Anche solo prevedendo che nel tempo questa si abbassi nell’ordine del 2%, pari al target BCE, dovremmo guardare a scadenze non inferiori ai 10 anni per proteggere il potere d’acquisto.

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