La fine dei rendimenti negativi è una maledizione per i possessori di questi bond

La massa dei bond con rendimenti negativi è quasi scomparsa nel mondo, in Europa risulta pressappoco azzerata. Ecco cosa succede.

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Fine dei rendimenti negativi

C’erano una volta i rendimenti negativi. Ma non tanto tempo fa. All’inizio dell’anno, questo paradosso dei mercati riguardava ancora bond per 10.000 miliardi di dollari di valore nel mondo. All’apice toccato nel dicembre 2020, la montagna era salita a quasi 19.000 miliardi. Già nei primi giorni di febbraio, però, risultava scesa in Europa a soli 1.900 miliardi di euro. Adesso, è quasi svanita. Ieri, il rendimento a 2 anni della Germania è tornato positivo, pur per poco, per la prima volta dall’estate del 2014, cioè da quasi 8 anni a questa parte.

Il Bund a 10 anni offre ormai lo 0,70%, quello a 30 anni senza cedola lo 0,85%. In Italia, le cose sono ben più accentuate. I rendimenti negativi sul mercato tricolore erano arrivati fino alle scadenze dei 4-5 anni. Ieri, solo fino ai 12 mesi. Il decennale offriva, invece, più del 2,20% e il BTp 2072 superava il 3%.

Ciò che stupisce non è il trend, quanto la sua velocità. Alla fine del 2021, il decennale tedesco ancora rendeva circa -0,20%.

Gli analisti pensavano che sarebbero serviti verosimilmente anni prima di assistere alla scomparsa dei rendimenti negativi in Germania. Sono bastate poche settimane. Con conseguenze drammatiche per chi si ritrovava in portafogli titoli obbligazionari a lunghissima scadenza. Se il Bund 2050 zero coupon perde oltre il 22% dai primi di dicembre, i bond a 100 anni dell’Austria registrano un crollo verticale, quasi un dimezzamento rispetto agli inizi dell’agosto scorso: la scadenza 2120 segna un pesante -43% a soli 62 centesimi. Del resto, Vienna emise quel bond in piena pandemia con una cedola di appena 0,85%.

Addio ai rendimenti negativi e rialzo dei tassi

La fine dei rendimenti negativi si spiega con il “repricing” in corso sui mercati obbligazionari per via dell’alta inflazione.

Negli USA sfiorava l’8% a febbraio, nell’Eurozona il 6%. Se già avere titoli con rendimenti sottozero infligge perdite certe alla scadenza, con l’accentuata riduzione del potere d’acquisto non era più sostenibile un siffatto mercato. Vero è, però, che ad essere colpiti dal rialzo dei rendimenti non sono i bond in egual misura, come segnala l’impennata dello spread BTp-Bund quest’anno da 100 a 150 punti base e con picchi di 170 a febbraio. E dire che le tensioni geopolitiche stanno tenendo elevata la domanda di “safe asset” in questa fase, senza la quale i rendimenti sarebbero già su livelli ben maggiori.

Il mercato sta scontando sia la fine degli stimoli monetari – gli acquisti dei bond con il “quantitative easing” della BCE potrebbe cessare nel terzo trimestre – sia un vero e proprio rialzo dei tassi nel medio periodo, verosimilmente agli inizi del prossimo anno. Negli USA, il rendimento a 10 anni già è volato a quasi 2,5%. Lì, la Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi a marzo e il mercato crede che lo farà per altre ben 8 volte nel resto dell’anno, portandoli fino al 2,75% a dicembre. Da ciò si spiega la debolezza del cambio euro-dollaro, ieri lenita solo dalla drastica risalita dei rendimenti tedeschi come non si vedeva da parecchio tempo in un’unica seduta.

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