Perché le obbligazioni subordinate di MPS stanno crollando?

Le obbligazioni subordinate di MPS stanno collassando nuovamente sui mercati, proprio quando l'intesa con Unicredit sembrava fatta

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Obbligazioni subordinate MPS

Torna la tensione su Siena, dove la trattativa tra Banca MPS e Unicredit si sarebbe arenata. L’accordo sembrava in dirittura d’arrivo dopo le elezioni suppletive nel collegio toscano. Invece, aleggia lo spettro di un rinvio dell’operazione, se non di un flop. E ieri e oggi le obbligazioni subordinate di MPS sono letteralmente precipitate. Tre i titoli in questione: la scadenza 2028 è scesa dagli 83 centesimi di venerdì scorso ai meno di 74 di ieri pomeriggio; la scadenza 2029 è passata niente di meno da oltre 110 a 96, mentre la 2030 da 89 a poco più di 77.

Il collasso è evidente e ha a che fare proprio con le difficoltà delle trattative. Il CEO di Unicredit, Andrea Orcel, avrebbe chiesto al Tesoro di varare un maxi-aumento di capitale di 7 miliardi di euro. Fino a qualche giorno prima, la cifra di cui si discuteva era di 3 miliardi. La richiesta mira ad ottenere una banca del tutto priva di rischi per Piazza Gae Aulenti, con rischi legali e finanziari totalmente coperti.

Obbligazioni MPS subordinate, rischio “bail-in”

Il punto è che se il Tesoro accettasse, l’Unione Europea con ogni probabilità valuterebbe almeno parte dell’operazione come un aiuto di stato. A quel punto, prima di avallare la ricapitalizzazione, chiederebbe la conversione delle obbligazioni MPS subordinate in azioni, a titolo di parziale partecipazione alle perdite. Questo impone il “bail-in”, disciplina entrata in vigore in Italia dal 2016; questo direbbe anche il buon senso. Perché mai gravare sempre e comunque i contribuenti e lasciare indenni gli investitori, i quali oltretutto erano pienamente consapevoli dei rischi corsi all’atto dell’acquisto di tali bond?

Del resto, a cosa pensavate fossero dovuti gli altissimi rendimenti delle obbligazioni MPS subordinate? La scadenza 2029, tanto per farvi un esempio, stacca cedola del 10,50%.

A differenza del 2017, quando gli obbligazionisti in possesso del subordinato da 1,2 miliardi di euro furono risparmiati dalle perdite per via della scarsa trasparenza della banca nei loro confronti all’atto della vendita e trattandosi di investitori retail, stavolta ci saranno molte meno remore nel governo. Il clima politico è parzialmente cambiato, i rischi sono ormai noti da anni e questi titoli si trovano in mano agli investitori istituzionali.

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