Perché la fine del PEPP alzerà i rendimenti dei titoli di stato italiani

I rendimenti italiani sono destinati a salire nei prossimi mesi con la fine del PEPP della BCE. Vi spieghiamo perché.

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Perché i rendimenti italiani saliranno

La BCE ha confermato ieri che gli acquisti di obbligazioni con il PEPP (Pandemic emergency purchase programme) finiranno a marzo. Da aprile, raddoppieranno quelli condotti con il “quantitative easing” (QE) a 40 miliardi al mese durante il secondo trimestre. Scenderanno a 30 miliardi nel terzo e torneranno a 20 miliardi nel quarto. Una notizia destinata a impattare nel tempo sui rendimenti italiani, già in risalita negli ultimi mesi proprio in previsione di questo passo di Francoforte.

Cerchiamo di capire nel dettaglio cosa sta accadendo. Dal 2015 e con la sola interruzione nel 2019, la BCE acquista titoli di stato ed emessi da banche e società private con l’obiettivo di rilasciare liquidità sui mercati e innalzare così il tasso d’inflazione verso l’obiettivo annuale del 2%. Dal marzo dello scorso anno, questo programma noto nel gergo giornalistico come “quantitative easing” è stato affiancato dal PEPP, varato in piena emergenza pandemica. Anche in questo caso, l’obiettivo è stato di sostenere i prezzi contro il rischio di una loro implosione per via delle restrizioni anti-Covid. In più, la BCE ha così voluto sostenere i governi dell’Eurozona alle prese con immense spese in deficit per contrastare gli effetti della pandemia sull’economia.

Rendimenti italiani ancora bassi

Se la BCE acquista un bond, il suo prezzo sale e il suo rendimento scende. La maggiore domanda ne fa salire le quotazioni e sappiamo che il rendimento è negativamente correlato al prezzo di un’obbligazione. E’ accaduto che durante questa pandemia lo stato italiano, così come gli altri in Europa, abbiano chiesto al mercato molti più capitali per finanziare le spese anti-Covid e sopperire al crollo del gettito fiscale. In teoria, questo avrebbe dovuto far crollare i prezzi ed esplodere i rendimenti.

Si è verificato il contrario: prezzi su e rendimenti italiani giù.

Infatti, tra la fine del 2019 e la fine di quest’anno, il debito pubblico italiano sarà salito di 300 miliardi di euro. E sapete quanti BTp ha acquistato sul mercato la BCE in questi due anni? Esattamente 300 miliardi, di cui 260 attraverso il PEPP e 40 con il QE. Così, Francoforte ha monetizzato tutte le nostre emissioni nette di debito. Il mercato ha assorbito il debito in scadenza, per cui nessuna tensione si è registrata ai danni dei nostri bond dopo il varo del PEPP. Adesso che gli acquisti si ridurranno, però, i rendimenti italiani rischiano di salire.

Il governo Draghi stima in 105 miliardi di euro il deficit per il 2022, pari al 5,6% del PIL. Tra PEPP residuo e QE potenziato, la BCE ne dovrebbe acquistare circa la metà. Questo significa che una cinquantina di miliardi dovranno esserci finanziati dal mercato. E chiaramente, ciò avverrà a costi più alti di quelli infimi fin qui sostenuti dal Tesoro. A maggior ragione che l’inflazione anche in Italia stia salendo verso il 4% e chissà se raggiungerà il 5% o più. Ad oggi, il BTp a 10 anni offre meno dell’1%, quello a 50 anni il 2,20%. Troppo poco per titoli con rating così bassi.

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