Il problema con i bond è che non si capisce più quando sono rischiosi

Il rischio percepito sui mercati finanziari non ha più molto a che fare con i rendimenti offerti dalle obbligazioni. Ecco due esempi eclatanti di questi giorni.

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Il rischio percepito sui mercati finanziari non ha più molto a che fare con i rendimenti offerti dalle obbligazioni. Ecco due esempi eclatanti di questi giorni.

Diluvio di emissioni obbligazionarie e rendimenti in picchiata. Sembra la contraddizione vivente della legge della domanda e dell’offerta. Se cresce il numero e l’entità dei debiti collocati sul mercato, di logica il loro costo dovrebbe salire e non scendere. Sta accadendo il contrario. Questa settimana, Amazon è riuscita ad emettere bond con diverse scadenze, di cui una tranche a 3 anni e al rendimento di appena lo 0,40%, il minimo di sempre per la storia corporate americana. Sempre in questi giorni, Danone ha richiesto al mercato 800 milioni di euro con il lancio di un bond a 9 anni e cedola dello 0,395%. Manco a dirlo, emissione andata in porto con successo.

Passando alle emissioni sovrane, cosa dire dei 108 miliardi di euro di richieste per il nuovo BTp a 10 anni, in scadenza nel dicembre 2030, la cui cedola è stata fissata all’1,65%? A fronte dei soli 14 miliardi offerti, il rendimento esitato è stato dell’1,707%, effetto di un prezzo di collocamento di poco sotto la pari. Il 76% della domanda è arrivata dall’estero. Insomma, stiamo assistendo allo spostamento massiccio di capitali da un angolo all’altro del pianeta per rendimenti che solo qualche anno fa avremmo definito ridicoli.

Sappiamo che il rendimento segnala il grado di rischio di un investimento. Più è alto, più significa che la qualità dei titoli acquistati si riduce. E’ come giocarsi una schedina. Sappiamo che se la puntiamo sul Sassuolo contro la Juventus, abbiamo poche probabilità di vincere, ma per questo la vincita sarebbe eventualmente un multiplo elevato rispetto alla giocata. Se si va sul sicuro, invece, porteremo a casa quisquilie. Questi meccanismi sui mercati sono saltati. Amazon sarà anche un colosso delle vendite online, ma non ha un rating esaltante, classificato dalle agenzie in area “A”.

Invece, il suo triennale ha reso appena 2 punti base in più rispetto al Treasury, come dire che l’attività di Jeff Bezos sia sicura quanto il debito di Zio Sam. Sappiamo tutti che non è così, per la semplice ragione, tanto per fare un esempio, che uno o più governi potrebbero minacciarne il business con una regolamentazione sfavorevole, al fine di favorire il commercio tradizionale.

Amazon emette obbligazioni a rendimenti record, mai nessuno prima così bene

Il ruolo delle banche centrali

Ancora più eclatante, forse, il caso di Danone. Cedola dello 0,395%, circa 75 punti base (0,75%) in più del Bund di pari durata. Eppure, l’azienda alimentare francese ha come rating “BBB+” per S&P e “Baa1” per Moody’s, di fatto poco meglio dell’Italia. Finanziereste mai per 9 anni una società, prestandole denaro a un interesse di nemmeno lo 0,40%, assumendovi un rischio di credito non così basso? No, è chiaro. Ma sta accadendo. E sapete perché? Le banche centrali stanno iniettando liquidità come mai prima, con la sola Federal Reserve ad avere acquistato assets per oltre 3.000 miliardi di dollari in poche settimane. La BCE si mostra meno generosa, ma da marzo ad oggi ha già varato programmi di acquisto extra per 1470 miliardi, che si aggiungono ai 20 miliardi mensili previsti con il “quantitative easing”.

L’eccesso di liquidità sta sostenendo i corsi azionari e gli stessi obbligazionari, spegnendo quel segnale di rischio lanciato dai rendimenti. Non solo, gli istituti stanno chiarendo senza più remore che sono disposti a salvare chicchessia. Dunque, perché non buttarsi nell’affare e spuntare rendimenti che, per quanto infimi, risultano superiori a quelli di un investimento “sicuro” propriamente detto? Del resto, nell’era dei tassi negativi c’è poco da fare gli schizzinosi e le remore ideologiche lasciano indietro i diffidenti. E guardate che l’ultimo baluardo a difesa di un minimo di rendimento è il “floor” dettato dai tassi zero sui conti correnti. Caduto anch’esso, un fiume di liquidità immenso si riverserà sui mercati alla ricerca di un impiego anche solo a rendimento nullo.

E, forse, è questione di tempo.

Lo chiamano capitalismo, ma siamo entrati nell’era del socialismo finanziario

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