Ecco perché la caduta dei bond non colpisce anche l’oro, che torna verso 2.000 dollari

L'oro si è apprezzato ai massimi da settimane, nonostante i rendimenti sovrani continuino a salire sui mercati sovrani avanzati. Ecco perché.

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Prezzo dell'oro ai massimi da marzo

Per trovare rendimenti americani più alti di quelli di questi giorni sulla scadenza a 10 anni, dovremmo tornare indietro di ben tre anni. Invece, il Bund decennale offriva già a inizio settimana un rendimento dello 0,80%, mai così alto da agosto 2015. Sempre lunedì, poi, il prezzo dell’oro si portava sopra 1.960 dollari l’oncia, sfiorando anche 1.970 dollari, tornando ai massimi da diverse settimane e puntando la soglia psicologica dei 2.000 dollari per la prima volta da oltre un mese.

Eppure, bond e oro dovrebbero camminare di pari passo. Se i primi si deprezzano, i loro rendimenti salgono e, di conseguenza, dovrebbero scendere anche le quotazioni del metallo. Questo per il fatto che i due asset si fanno concorrenza tra di loro. E quando i bond diventano più remunerativi per il mercato, viene meno la spinta a comprare oro. In teoria, quest’ultimo starebbe andando nella direzione opposta a quella che dovremmo attenderci in questi casi.

In realtà, la situazione è più complessa di come l’abbiamo spiegata. Bisogna capire, anzitutto, la ragione per cui i bond stiano crollando così vistosamente in questi mesi. La causa si chiama inflazione. La Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi d’interesse americani per combatterla, ma serviranno mesi prima di giungere a un costo del denaro sufficientemente in grado di affievolire la crescita dei prezzi al consumo. Nell’Eurozona, la BCE deve ancora persino iniziare a prospettare un cambio di rotta, malgrado l’inflazione salita al 7,5% a marzo.

Bond e oro, paradossale correlazione negativa

L’inflazione è amica dell’oro, asset che storicamente protegge contro la perdita del potere d’acquisto. La risalita dei rendimenti dei bond, per quanto veloce, è assai parziale.

Il Treasury a 10 anni rendeva l’1,67% a inizio gennaio, a fronte di un’inflazione americana a dicembre (ultimo dato noto ad allora) del 7%. Per il mese di marzo, l’inflazione è attesa all’8%. Dunque, il rendimento reale negli USA è rimasto sostanzialmente stabile in area -5,3%. In Germania, è sceso da -5,4% a -6,5%, per cui i bond tedeschi rendono ancora meno di inizio anno.

Nella stessa Italia, i rendimenti sono saliti solo nominalmente. Il BTp a 10 anni offriva -3,6% a inizio anno contro il -4,3% attuale. Il mercato obbligazionario non è diventato più conveniente, ma meno conveniente negli ultimi mesi. La capacità attrattiva dell’oro è aumentata, specie con le tensioni geopolitiche, dalle quali stanno emergendo spunti interessanti per il futuro post-pandemico e post-bellico. In sintesi, il mondo sta deglobalizzandosi, spingendo a prevedere catene di produzione più corte e costi di produzione più alti. L’inflazione tornerebbe ad essere un problema strutturale delle società avanzate. L’appeal del metallo se ne avvantaggerebbe, specie se le banche centrali dovessero mostrarsi più tolleranti verso il fenomeno, dovendo sostenere le rispettive economie e i conti pubblici dei governi un po’ ovunque sballati.

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