BTp settembre 2040, cedola 5% e altri guadagni in vista

Rischi e opportunità con il bond a 20 anni del Tesoro, che offre un tasso annuo molto interessante, anche se a fronte di quotazioni elevate.

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Rischi e opportunità con il bond a 20 anni del Tesoro, che offre un tasso annuo molto interessante, anche se a fronte di quotazioni elevate.

Proseguiamo con la disamina dei titoli di stato italiani. Oggi è la volta del BTp con scadenza 1 settembre 2040 e cedola 5% (ISIN: IT0004532559). Il tasso annuo offerto appare molto elevato, dati i tempi. In effetti, il bond venne emesso negli ultimi mesi del 2009 ed esordì, quindi, come un trentennale. Allora, una cedola del 5% appariva congrua per remunerare il capitale investito in Italia in un assets “risk free”. Oggigiorno, sappiamo che queste percentuali si trovano semmai tra i corporate “high yield” e gli emittenti sovrani emergenti.

Non illudiamoci di avere trovato l’affare della vita. Ieri, il suddetto BTp lo si acquistava a oltre 150, cioè per inserire in portafoglio bond per 1.000 euro bisogna spenderne circa 1.500. Per questo, il rendimento alla scadenza risultava dell’1,67%, relativamente alto a confronto dei bond sovrani rivali nell’Eurozona, ma certo non parliamo del 5% apparente.

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Alta quotazione

Chi ieri lo avesse acquistato, avrebbe dovuto corrispondere al venditore anche un rateo dell’1,477%, in relazione alla cedola semestrale maturata e che verrà staccata per intero in data 1 settembre. Dunque, sui 1.000 euro nominali investiti avrebbe dovuto sborsare altri 14,77 euro. In tutto, l’investimento monetario sarebbe stato di 1.516,27 euro. A fronte di esso, la cedola annuale effettiva risulterebbe del 3,30% lordo, che al netto dell’imposizione fiscale del 12,50% scenderebbe ancora al 2,89%. La remunerazione del capitale rimarrebbe alta, molto superiore anche all’inflazione nel caso di sua accelerazione verso il target BCE (“vicino, ma di poco inferiore al 2”).

Tuttavia, alla scadenza ci verrebbe restituito un capitale inferiore a quello investito. Quel terzo in meno peserebbe sul periodo dell’investimento, sottraendoci circa l’1,66% all’anno.

Dunque, il rendimento netto scenderebbe a quell’1,67% sopra accennato. Non è detto, per contro, che dovremmo tenere il bond fino alla scadenza. L’ipotesi migliore sarebbe che il prezzo crescesse ancora, consentendoci di rivenderlo maturando una plusvalenza e avendo nel frattempo incassato cedole sostanziose.

Quali sono le probabilità che si verifichi questo scenario ottimistico? Considerate le grosse difficoltà fiscali a cui l’Italia sta andando incontro in questo periodo, pur tenuto conto del sostegno prezioso offertoci dalla BCE con gli acquisti di BTp sul mercato secondario, nonché notando che i rendimenti attuali si trovino in prossimità dei minimi storici toccati dal ventennale a inizio anno, ipotizzando un ritorno a quei livelli da qui a brevissimo tempo potremmo tutt’al più aspettarci un ulteriore apprezzamento del 4-5% al massimo.

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Rischio liquidità

L’ipotesi più moderata e credibile sarebbe, semmai, che le quotazioni nel medio termine restino stabili. Se tra un anno, il BTp settembre 2040 continuerà a comprarsi sul mercato a 150, il suo rendimento scenderebbe sotto l’1,60%, del tutto compatibile con una durata residua di poco superiore ai 19 anni. Per allora, però, avremmo incassato due cedole: quella in scadenza a settembre, di cui abbiamo dovuto riconoscere al venditore quasi il 60%; quella in scadenza a inizio marzo prossimo per un altro 2,50%. E all’atto della rivendita, l’acquirente dovrebbe corrisponderci il 60% della cedola maturata per il semestre marzo-settembre 2021. Dunque, avremmo incassato 50 euro lordi sui circa 1.500 euro investiti, pari a quel rendimento netto sopra indicato del 2,90%.

Domanda: sarebbe facile rivenderlo? I dati di Borsa Italiana ci dicono che questo bond abbia un mercato poco liquido, in quanto scarsamente tradato. Degli oltre 22 miliardi di euro emessi, appena circa 310 milioni ne sono stati negoziati nell’ultimo trimestre, pari a una media mensile dello 0,46%, percentuale molto bassa, segno apparente di scarso interesse sia a venderlo che a comprarlo. In effetti, gli spread bassi non segnalano divergenze tra prezzi offerti e richiesti. Infine, il contratto medio per la compravendita è stato di 52.000 euro nel periodo aprile-giugno.

La scarsa liquidità in sé presuppone l’assunzione di un rischio di negoziazione per l’obbligazionista.

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