Bond Russia rendono il 13%. C’è da fidarsi?

La speculazione sul petrolio (e sul rublo) sta mettendo a dura prova i titoli di stato russi. Anche le obbligazioni in dollari sono sotto pressione. Il giudizio degli esperti

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La speculazione sul petrolio (e sul rublo) sta mettendo a dura prova i titoli di stato russi. Anche le obbligazioni in dollari sono sotto pressione. Il giudizio degli esperti

Fuga dalla Russia? Panic selling? Il cataclisma finanziario che trae origini dalle tensioni geopolitiche fra Mosca e USA (con la Ue) per la questione Ucraina sta mettendo alle corde l’economia del più grande paese al mondo. Quello che dispone anche delle maggiori ricchezze naturali, soprattutto di idrocarburi, e che potrebbe minacciare il controllo dei prezzi da parte delle “potenze” occidentali. Da qui l’escalation di eventi che sta inasprendo le tensioni internazionali mandando a picco i mercati. Con effetti ben visibili sui prezzi e sui rendimenti delle obbligazioni russe, classificate in area “investment grade” dalle agenzie di rating, anche se non si sa ancora bene per quanto tempo. Il titolo di stato decennale russo rende ormai più del 13%, nonostante il recente intervento della Banca Centrale sui tassi d’interesse.   La speculazione (al ribasso) sul petrolio affossa il rublo   Ad affossare i prezzi dei titoli di stato e dei bond corporate (il decennale del colosso energetico Gazprom in euro rende l’8%), però, sono sempre le speculazioni sul prezzo del brent che continua ad affossare il rublo. La valuta russa, infatti, non fa altro che aggiornare i minimi storici nei confronti di dollaro ed euro ogni giorno che passa. Il cambio usd/rub ha sfondato quota 64 e l’euro/rub tratta sul nuovo record storico sopra 80. Dall’inizio dell’anno la valuta russa ha perso più del 45% nei confronti del dollaro in scia all’imposizione delle sanzioni dell’Occidente a Mosca, al calo del prezzo del greggio e alla fuga di capitali dal Paese.   Rublo, la Banca Centrale non riesce a sostenere la valuta   [fumettoforumright]Sembrano quindi inutili i continui interventi della Banca Centrale russa a sostegno della valuta domestica. Recentemente l’Istituto ha infatti reso noto di aver venduto 478 milioni di dollari Usa per sostenere il rublo. Lo scorso mese la Banca centrale russa aveva infatti deciso di lasciare scambiare liberamente sul mercato la valuta domestica riservandosi tuttavia il diritto di intervenire per mantenere la stabilità finanziaria. Nei primi undici giorni di dicembre la Banca centrale russa ha speso quasi 6 miliardi usd delle proprie riserve per sostenere il rublo, ma le sue mosse non sono riuscite ad arrestare il calo della divisa. In una nota Alfa Bank segnala che la direzione del rublo resta incerta dopo la mossa della Banca centrale russa che ha deciso di alzare solo di 100 punti base i tassi di interesse. Almeno nel breve termine, secondo gli esperti, la valuta russa resterà infatti in balia dei prezzi del petrolio. Il future sul Brent con consegna a febbraio si attesta ora a 61,35 usd/barile (-1,29%), e quello sul Wti con scadenza a gennaio segna -2,68% a 56,26 usd/barile.   Le obbligazioni in rubli rendono oltre il 13%, quelle in dollari l’8%   A risentirne, come detto, sono soprattutto i prezzi dei titoli di stato e delle obbligazioni corporate statali il cui debito estero rischia di esplodere per effetto del cambio. E che la situazione sia diventata preoccupante, lo si può notare anche dai rendimenti sulla parte breve della curva che superano quelli sulla parte lunga. Il bond governativo 7,40% con scadenza giugno 2017 (RU000A0JRJU8 ) rende il 14,25%, un punto e mezzo più del decennale. Così come il Russia 6% maggio 2016 (RU000A0JTWW3 ) che offre uno yield del 13,65% a 18 mesi dal rimborso. A picco anche le obbligazioni statali in dollari, con il Russia 12,75% 2028 (XS0088543193), uno dei più seguiti sul mercato regolamentato EuroTLX e negoziabile per tagli minimi da 1.000 Usd, che è franato a quota 135, ai livelli del crash del 2009, e che rende ora l’8% a scadenza. Per gli esperti si tratta di movimenti tecnici speculativi che non trovano alcuna giustificazione, dato che le riserve federali superano abbondantemente i 400 miliardi di dollari, mai così alte da quando è scoppiata la crisi sette anni fa. Certo è, però, che l’economia non sta dando segnali incoraggianti e, sul lungo periodo, potrebbe minare l’equilibrio del bilancio della Russia, tarato su un prezzo del greggio intorno agli 80 Usd al barile.   Il Pil della Russia rischia di contrarsi del 4,5% nel 2015   La situazione economica russa – come riportano notizie di agenzia – nel mese di novembre ha lanciato segnali di peggioramento. Il dato sulla produzione industriale lo scorso mese è infatti sceso dello 0,4% a livello annuale dopo essere salito per due mesi consecutivi a ottobre e a settembre (rispettivamente +2,9% a/a e +2,8% a/a).

Su base annuale la contrazione è stata più contenuta (-0,25% m/m) dopo il +5,1% m/m di ottobre e il +2,7% m/m di settembre.
A peggiorare è soprattutto il settore manifatturiero che ha messo a segno un calo del 3% a novembre rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Tuttavia il crollo registrato nel comparto è stato in parte compensato da una crescita del 2,5% nel settore esplorazioni e del 7% per quanto riguarda riscaldamento ed elettricità. La Banca centrale ha inoltre avvertito che l’economia russa potrebbe contrarsi nel primo trimestre del 2015, e potrebbe registrare la più grande riduzione del Pil in sei anni nell’intero esercizio 2015. Secondo le proiezioni dell’Istituto, la crescita potrebbe scendere del 4,5-4,7% se il prezzo medio del petrolio dovesse rimanere intorno ai 60 dollari al barile. Le prospettive sul petrolio “rimangono ribassiste” e quindi “il mercato non accenna ad allentare le pressioni di vendita sulla Russia”- spiega un market strategist a MF-DowJones – riferendosi al calo del rublo che continua ad aggiornare i minimi storici nei confronti di dollaro ed euro.

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