Bond australiani a bomba con il virus cinese, ma serve molta prudenza

Mercato obbligazionario in rally in Australia sulle cattive notizie in Cina riguardanti il Coronavirus, con i rendimenti scesi ai minimi da ottobre. Ecco perché non bisogna farsi prendere dall'euforia.

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Mercato obbligazionario in rally in Australia sulle cattive notizie in Cina riguardanti il Coronavirus, con i rendimenti scesi ai minimi da ottobre. Ecco perché non bisogna farsi prendere dall'euforia.

Buon momento per il mercato obbligazionario in Australia. Oggi, i rendimenti a 10 anni sono scesi allo 0,96%, ai minimi dall’ottobre scorso, perdendo circa 40 centesimi rispetto ai livelli di inizio anno. Stesso discorso per le brevi scadenze, con il bond a 2 anni ad offrire lo 0,67%, circa un quarto di punto percentuale in meno quest’anno. Il rally è sostenuto dai timori sui mercati finanziari relativi al virus cinese, le cui dimensioni stanno diventando sempre più preoccupanti. Nella città di Pechino è stato registrato il primo decesso e il conteggio delle vittime sale a 100. L’intera provincia di Wuhan è stata posta in quarantena, ma ciò non sta evitando l’espandersi dell’epidemia polmonare, tant’è che persino la Corea del Nord ha deciso di chiudere le frontiere con la Cina.

Rendimenti calanti significano quotazioni in rialzo per i bond australiani. Una buona notizia per gli investitori esteri, in questi mesi a caccia di “yield”. In fondo, ancora oggi i titoli di Canberra possono essere acquistati relativamente a buon mercato, se si pensa che abbiano rating tripla “A” e che offrono pur sempre molto di più degli omologhi europei e nipponici. Tuttavia, a indebolirsi in questa fase è il cambio. L’aussie, come viene definito in gergo il dollaro australiano, è sceso a 0,6757 contro il dollaro USA, ai minimi da ottobre e perdendo così quasi il 4% quest’anno.

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Il rapporto tra cambio e bond

L’aussie è considerato dai mercato una sorta di “proxy” per la valuta cinese. In effetti, le relazioni commerciali tra Australia e Cina sono abbastanza strette, con la prima ad esportare verso la seconda per circa il 6% del suo pil, materie prime, in particolare.

E un ripiegamento dell’economia cinese, provocato eventualmente dal Coronavirus, farebbe male alle esportazioni australiane, colpendone i tassi di cambio. Inoltre, molti trader utilizzano il dollaro australiano per scommette sullo yuan, essendo un mercato molto più liquido. Pertanto, a fronte di un rafforzamento dei bond, la valuta in cui sono denominati tenderebbe a deprezzarsi con il diffondersi dei timori sul virus cinese.

Del resto, se guardiamo ai grafici notiamo una correlazione perfetta tra andamento dei rendimenti e cambio. Tra ottobre e dicembre, finito il rally obbligazionario, il dollaro australiano perse il 4%, mentre il bond a 2 anni offrì oltre una trentina di centesimi in più e quello a 10 anni di oltre una quarantina. Del resto, con il rinvigorirsi delle preoccupazioni sull’economia domestica – mai in recessione dal 1991 – i capitali affluiscono più copiosi proprio sui beni rifugio come le obbligazioni di stato e viceversa.

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