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Non solo Hormuz: tutte le rivendicazioni economiche dell’Iran contro Trump

Le rivendicazioni dell'Iran agli USA di Trump hanno carattere essenzialmente economico e geopolitico e sono oggetto di negoziato.
10 Aprile 2026
Rivendicazioni dell'Iran a Trump
Rivendicazioni dell'Iran a Trump © Investireoggi.it

Jared Kushner, James David Vance e Steve Witkoff, rispettivamente genero, vice e inviato nel Medio Oriente per gli Stati Uniti, saranno i rappresentanti del presidente Donald Trump al negoziato con l’Iran. Il primo incontro tra le delegazioni dopo il cessate il fuoco avverrà sabato a Islamabad, capitale del Pakistan e grande mediatore di questa crisi. Teheran ha inviato un decalogo con altrettante rivendicazioni e che sono oggetto già di trattative con Washington. Gran parte di esse hanno una forte valenza economica e geopolitica. Se passassero, anche solo in parte, il regime islamista potrebbe sbandierare al suo interno e all’estero un successo non certo solo di facciata.

Rivendicazioni Iran a Trump

Abbiamo parlato tanto dello Stretto di Hormuz, che l’Iran ha fatto rientrare tra le principali rivendicazioni inviate a Trump per ottenerne il controllo stabile. E già questa sarebbe una cosa grossa. Significherebbe gestire il traffico marittimo nel Golfo Persico, l’area in cui transitano più petrolio e gas al mondo. Una vittoria strategica, che umilierebbe i rivali e alleati degli americani come sauditi ed emiratini. E farebbe introitare diversi miliardi di dollari all’anno grazie al pedaggio” di 1 dollaro al barile imposto sulle navi autorizzate al transito e che l’Iran ha appena confermato di voler riscuotere solamente tramite pagamenti in criptovalute.

Via sanzioni e scongelamento asset

In realtà, altre rivendicazioni dell’Iran a Trump appaiono persino più dirompenti. Una di queste riguarda lo “scongelamento” dei suoi asset in giro per il mondo. A seguito delle sanzioni finanziarie imposte dall’Occidente, risultano bloccati qualcosa come fino a 140 miliardi di dollari.

Sul dato è opportuno precisare che le stime divergono parecchio, a causa dei doppi conteggi che in molti casi vengono effettuati. Tuttavia, un po’ tutte convergono sulla cifra di almeno 100 miliardi. Sono già un’enormità e a maggior ragione per un’economia di neppure 360 miliardi di dollari. Soldi di banche e complessi aziendali legati al regime tirannico e proventi delle esportazioni petrolifere sotto embargo.

Soltanto negli Stati Uniti, gli asset iraniani bloccati ammonterebbero attorno ai 45 miliardi. Nell’Unione Europea sarebbero sui 26 miliardi, almeno 5 miliardi in Svizzera, 6 miliardi nel Regno Unito, 2,5 miliardi in Giappone, 6 miliardi trasferiti da qualche anno in custodia presso il Qatar dopo il sequestro realizzato nella Corea del Sud e una ventina di miliardi sono depositati in Cina a garanzia di prestiti o forniture ricevute.

Risorse petrolifere in mano ai pasdaran

Una montagna di denaro che solletica gli appetiti dei pasdaran. I Guardiani della Rivoluzione sono i veri gestori del potere economico in Iran, tanto da escludere persino il governo dal controllo delle risorse petrolifere. Il timore è che un eventuale scongelamento rafforzi una struttura militare di natura terroristica, la quale a gennaio si rese responsabile di eccidi di piazza con diverse migliaia di vittime tra la popolazione civile. Ad esempio, dei 53 miliardi di dollari netti incassati dalle esportazioni di petrolio nel 2025 non ci sono tracce effettive nella contabilità pubblica.

Tale somma sarebbe bastata per più che coprire le spese dello stato insieme al gettito fiscale ordinario, ma il bilancio è cronicamente in perdita proprio a causa dell’uso improprio delle risorse da parte dell’élite religiosa e militare.

L’Iran esporta più di 1,5 milioni di barili al giorno, anche se meno dei quasi 2,3 milioni raggiunti nei primi anni Duemila. E fino alla guerra ha potuto esportare solo con prezzi a sconto sul Brent, dato che le sanzioni vietavano ufficialmente la vendita all’estero. In effetti, la Cina è stata quasi l’unica acquirente con una quota superiore al 90%. Teheran chiede agli USA di Trump di revocare le sanzioni, così da poter tornare ad esportare a pieno ritmo e senza più subire penalizzazioni in termini di prezzo. Queste ultime sono svanite con la guerra, a causa della carenza di offerta globale e della necessità delle economie importatrici di approvvigionarsi in qualsiasi modo all’energia.

Integrazione nel mercato globale

Estrarre petrolio in Iran costa tra 10 e 15 dollari al barile, tra un quarto e un quinto del prezzo internazionale a fine febbraio. Tuttavia, il regime ha bisogno di quotazioni non inferiori ai 124 dollari per portare il bilancio statale in pareggio. Se ottenesse almeno alcune delle rivendicazioni avanzate all’amministrazione Trump, riuscirebbe forse a vivacizzare l’economia e ad abbassare il gap tra “breakeven” fiscale e quotazioni ufficiali. Per questo Teheran chiede anche di essere riammessa nelle relazioni economiche e finanziarie con l’Occidente, potendo accedere al sistema dei pagamenti in dollari chiamato Swift.

Una mossa, che la integrerebbe nella catena finanziaria globale, abbassando i costi sostenuti anche solo per commerciare con chicchessia. Tra le altre rivendicazioni spedite a Trump, l’Iran chiede il pagamento delle spese di riparazione per i danni subiti dalla guerra alle proprie infrastrutture. E’ tra quelle che quasi certamente non vedranno mai alcuna luce. Vorrebbe anche accedere al materiale nucleare, ufficialmente a scopi civili, limitando in cambio il grado di arricchimento dell’uranio. E in subordine, chiede l’accesso anche alle importazioni di tecnologie sinora vietate a causa dell’embargo.

Rivendicazioni Iran a Trump possibile svolta

In conclusione, con le sue riserve di petrolio settime al mondo (209 miliardi di barili) e una produzione frenata da disinvestimenti, inefficienze e chiusura al mondo esterno (3,2 milioni di barili al giorno a febbraio), l’Iran cerca il rilancio e spera che le rivendicazioni facciano breccia nell’amministrazione Trump, apparentemente interessata a portare a casa un accordo di pace che spegna l’incendio del caro energia e al contempo fornisca garanzie di lungo periodo agli Stati Uniti.

Il presidente americano è molto attento a mostrarsi vittorioso in questo scontro, anche se Hormuz ha dimostrato che il suo nemico rischia di possedere ottime carte per uscirne persino meglio di come ci fosse entrato a febbraio.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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