Occupazione femminile in lieve ripresa, ma le difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro e il gender pay gap persistono

Nonostante una timida ripresa in Italia, l'occupazione femminile resta un argomento difficile: le donne faticano ad accedere al mondo del lavoro e il divario salariale tra sessi persiste.

di , pubblicato il
Assunzioni donne

Si torna a discutere di occupazione femminile e di gender pay gap, ovvero il divario salariale tra sessi, grazie a una fotografia della situazione prima italiana e poi internazionale. Per quanto nel Bel Paese si registri una ripresa in termini di ruoli ricoperti da donne post pandemia, secondo dati Istat, il miglioramento riguarda solo alcune zone d’Italia. A livello globale, invece, il quadro resta piuttosto preoccupante. Così, a un solo giorno dall’8 marzo in cui si celebra la Festa della Donna, si riscopre l’acqua calda: le donne fanno ancora più fatica degli uomini a trovare lavoro. Quando lo trovano, poi, sono pagate meno rispetto ai colleghi maschi.

Niente di sorprendente per chi osserva il mercato del lavoro con uno sguardo di ampio respiro, ma comunque un discorso che va affrontato con continuità per riuscire a portare l’attenzione di tutti sul problema. I numeri e le percentuali legati all’occupazione femminile italiana e nel mondo sono stati raccolti ed elaborati da Istat e dalle Nazioni Unite tramite indicatore dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo).

Scopriamoli insieme.

Occupazione femminile: la situazione a livello internazionale

Le dichiarazioni delle Nazioni Unite sulla situazione internazionale dell’occupazione femminile parlano chiarissimo. Accedere al mondo del lavoro è più difficile per le donne di quanto si credesse negli ultimi venti anni. Non è tutto, perché il divario salariale tra donne e uomini, nonostante tante campagne informative per combatterlo, si è ridotto di pochissimo. Per mettere insieme queste informazioni, l’agenzia delle Nazioni Unite ha utilizzato un indicatore ideato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) per misurare meglio la quantità di disoccupati che desiderano trovare lavoro. Un indicatore che ha permesso di scoprire l’amara realtà:

“Dipinge un quadro della situazione delle donne nel mondo del lavoro molto più cupo rispetto al tasso di disoccupazione più comunemente usato”.

E, come conferma l’Ilo a seguito:

“I nuovi dati mostrano che le donne incontrano ancora molte più difficoltà a trovare un lavoro rispetto agli uomini. Secondo i nuovi dati, nel mondo il 15% delle donne in età lavorativa vorrebbe lavorare ma non può farlo, contro il 10,5% degli uomini. Questo divario di genere è rimasto praticamente invariato per due decenni”.

I tassi di disoccupazione ufficiali sia per le donne che per gli uomini sono invece molto simili. Attenzione, però: si tratta di una falsa impressione. Secondo l’Ilo, è legata al fatto che i criteri attuali per stabilire se qualcuno possa essere ufficialmente considerato disoccupato o meno escludono in modo sproporzionato le donne. Il perché è presto chiaro, in base alle dichiarazioni dell’agenzia Onu. Le donne sono più colpite dalle responsabilità personali e familiari, con il lavoro domestico quotidiano non retribuito e l’assistenza gratuita a familiari malati. Tutte attività totalizzanti che non permettono di cercare lavoro o di essere disponibili con poco preavviso.

Divario e povertà vanno di pari passo

Com’è facile intuire, il divario occupazionale è più grave nei Paesi a basso reddito. In questi, come ha confermato l’Ilo con le sue misurazioni, quasi un quarto delle donne non trova un lavoro. Un dato impressionante se paragonato con il 17% degli uomini con gli stessi problemi. Non è tutto. Le donne, inoltre, vengono più facilmente destinate ad alcune tipologie di lavoro vulnerabile. Tra queste, il lavoro nell’azienda di famiglia, magari non retribuito e giustificato dalla volontà di aiutare.

Occupazione femminile in Italia, come procede?

Per quanto riguarda l’occupazione femminile in Italia, l’Istat ha fornito dati freschi su cui ragionare. A quanto pare, in generale, dopo il Covid è in ripresa. Purtroppo, però, permangono i fortissimi divari territoriali tra Nord-Centro, Sud e Isole. I dati raccolti nei primi 9 mesi del 2022, messi a confronto con quelli precedenti, svelano che la pandemia ha causato la perdita di 376mila posti di lavoro femminili.

Nel 2022, però, il numero di donne al lavoro è tornato ai livelli precedenti. I dati provvisori di gennaio 2023, poi, confermano il trend. Le donne attualmente occupate sono 9,87 milioni, poco più del 9,7 milioni del 2019.

Tornando ai dati del 2022, il tasso di occupazione femminile medio è del 50,8%. In breve, nei primi 9 mesi dell’anno scorso lavorava una donna su due. I dati provvisori di gennaio 2023 parlano di un 51,9%. Come anticipato, permangono purtroppo grosse differenze tra regioni. L’occupazione femminile nel Nord e del Centro Italia svetta. Il Trentino Alto Adige registra un 66,3%, mentre Emilia Romagna, Toscana, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia vantano un 60%. I dati sono meno incoraggianti nelle regioni meridionali e nelle Isole: in Sicilia il tasso di occupazione femminile è del 30,3% e in Campania del 30,4%.

Le aree lavorative più femminili

I dati Istat elaborati dalla Fondazione Leone Moressa per Il Sole 24 Ore aiutano a comprendere anche quali sono le professioni femminili per eccellenza. Le donne italiane rappresentano:

  • il 64,4% degli impiegati;
  • il 58% degli addetti alla vendita e ai servizi alla persona;
  • il 54,8% di chi svolge professioni intellettuali come l’insegnante.

A livello di management e imprenditoria, ma anche di professioni tecniche, le donne rappresentano solo un 39,7%. Quindi, le donne continuano a essere relegate alle cosiddette “professioni rosa”. Ovvero, operatrici sanitarie, insegnanti, impiegate, commesse. Il 69,4% di esse ha un contratto a tempo indeterminato, mentre il 14,5% a tempo determinato (contro l’11,7% degli uomini).

Il divario retributivo tra donne e uomini a livello nazionale e internazionale

Il divario nel tasso di occupazione femminile tra Nord e Sud Italia si trasforma anche in divario economico tra zone geografiche. In generale permane il gender pay gap, la differenza di retribuzione tra uomini e donne sia in termini di piano del salario orario che di disponibilità di reddito annuo. Le retribuzioni femminili soffrono della minore presenza di donne nei ruoli dirigenziali, ma anche della maggiore incidenza del lavoro part-time.

Questa forma di lavoro riguarda il 31% delle donne contro il 9% degli uomini. Le lavoratrici sono inoltre più facilmente costrette ad accettare impieghi intermittenti o discontinui per conciliare il lavoro con la gestione dei figli, dei genitori anziani e della famiglia in generale. Com’è facile intuire, le regioni in cui l’occupazione femminile è più alta sono quelle che offrono maggiori sostegni per conciliare lavoro e vita familiare.

Anche a livello globale resiste il gender pay gap: per ogni dollaro di reddito guadagnato dagli uomini, le donne guadagnano solo 51 centesimi. Le cose peggiorano nei Paesi a basso reddito, dove le donne guadagnano solo 33 centesimi per dollaro. In quelle ad alto reddito, comunque, ottengono 58 centesimi per dollaro. Una situazione di cui tenere conto per combatterla sempre più efficacemente.

Argomenti: