Quando si parla di lavoro nero, il pensiero corre quasi sempre al lavoro dipendente svolto senza regolare assunzione. In pratica, si fa riferimento a quelle situazioni in cui un lavoratore presta attività senza che il datore di lavoro lo abbia assunto ufficialmente.
Spesso si tratta di una decisione presa unilateralmente dal datore di lavoro, in modo illecito e molto rischioso, costringendo il lavoratore ad accettare pur di poter lavorare, senza alcuna tutela. In altri casi, invece, la scelta nasce da un accordo tra le parti.
Da un lato c’è l’interesse del datore di lavoro a ridurre il costo del personale.
Dall’altro c’è il vantaggio, per il lavoratore, di continuare magari a percepire Naspi, Assegno di Inclusione, altri ammortizzatori sociali o sussidi vari. Oppure di evitare il pagamento delle imposte sui redditi e di non aumentare l’ISEE del proprio nucleo familiare.
I rischi del lavoro nero sono però enormi e coinvolgono entrambe le parti.
A volte, inoltre, il lavoro nero non riguarda soltanto il lavoro dipendente. Anche chi svolge attività autonoma senza aprire la Partita IVA, pur essendovi obbligato, può trovarsi in una situazione assimilabile al lavoro nero.
Una scelta illecita che molti compiono senza conoscere fino in fondo obblighi, conseguenze e rischi.
Il lavoro nero da autonomo: ecco i rischi per chi non apre la Partita IVA
Nel caso classico del lavoro nero dipendente, il datore di lavoro rischia sanzioni che possono superare i 46.000 euro per ciascun lavoratore irregolare impiegato.
Ma anche il lavoratore in nero può subire pesanti conseguenze fiscali, con sanzioni che arrivano fino al 240% delle imposte evase.
Per esempio, chi avrebbe dovuto versare 1.000 euro di IRPEF potrebbe ritrovarsi a doverne pagare 3.400 tra imposta, sanzioni e maggiorazioni.
Già il quadro sanzionatorio, da solo, dovrebbe bastare a scoraggiare il ricorso al lavoro nero, una pratica che purtroppo resta ancora molto diffusa.
Ma ai rischi economici si aggiunge anche l’assenza totale di tutele: niente copertura previdenziale, nessuna assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e nessuna garanzia in caso di malattia o problemi lavorativi.
Un quadro estremamente rischioso che riguarda anche artigiani, commercianti e professionisti che lavorano senza aver aperto la Partita IVA pur essendovi obbligati.
Rischi elevati anche per il lavoratore autonomo
Chi svolge un’attività autonoma in modo continuativo dovrebbe necessariamente aprire una Partita IVA. Lo stabilisce l’articolo 35 del DPR 633/1972.
Parliamo di attività non occasionali, svolte con continuità e con una minima organizzazione professionale.
Chi lavora autonomamente senza aprire la Partita IVA, pur essendo obbligato a farlo, rischia innanzitutto le sanzioni per omessa dichiarazione dei redditi.
Anche in questo caso le multe sono molto pesanti e possono arrivare fino al 240% delle imposte evase. Naturalmente le imposte dovute restano comunque da pagare e la sanzione si aggiunge all’importo originario.
Ma le conseguenze possono diventare ancora più gravi.
Se l’imposta evasa supera i 50.000 euro per le imposte dirette – come l’IRPEF – oppure i 250.000 euro di IVA, si passa dal piano amministrativo a quello penale.
In questi casi, infatti, oltre alle sanzioni economiche può scattare anche la reclusione prevista dalla normativa tributaria.