Il quadro valutario, che si presenta oggi agli occhi di un osservatore non attento, oppure che non conosca in profondità la materia, appare come offuscato, di difficile comprensione, decorrelato e caratterizzato da incertezza diffusa. La cosiddetta guerra valutaria non nasce con Trump, ma è in atto da decenni, e spesso le colpe delle distorsioni che abbiamo osservato in passato, dipendono dalla manipolazione della propria moneta, da parte delle banche centrali di molti paesi, asiatici e non. Questi ultimi usavano la leva del tasso di cambio e quindi, nella fattispecie, la svalutazione della propria valuta per riuscire ad accaparrarsi maggiori quote nel commercio con l’estero, in sostanza aumentando l’export e riducendo l’import, in una sorta di guerra mercantilista persistente.
Così fece anche il nostro paese fino all’introduzione dell’Euro, che, è ormai chiaro a tutti, nel tempo ha creato divergenze tra i vari paesi del vecchio continente.
In Asia questa pratica, ovvero svalutare per competere, è assai diffusa e trai paesi maggiormente coinvolti, vi sono la Corea, Taiwan, il Giappone e fino al recente passato anche la Cina. Ora, va ricordato che vi sono importanti differenze tra queste aree, che si stanno acuendo proprio in questo periodo, perché molto dipende da quel che Trump, vero ago della bilancia in tutta questa storia, specie nell’ultimo anno, ha deciso di applicare, in termini di tariffe e dazi, a ognuna di queste nazioni. Vi sono molti studi che confermerebbero che ogni 10% di applicazione di maggiori dazi, costringe il paese che li subisce, se vuole annullarne l’effetto, a deprezzare il cambio del 3%.
Ecco quindi che, per esempio, la Cina, non appena Trump, nell’aprile 2025, aveva applicato le tariffe al gigante asiatico, quest’ultima decise inizialmente di fare muro contro muro, lasciando UsdCnh salire fino a 7.42 con una importante svalutazione dello Yuan quindi. E Trump, come ritorsione, decideva di alzare i dazi fino al punto in cui la Cina ha deciso di muoversi in una direzione totalmente diversa. Il gigante asiatico infatti, dopo aver delocalizzato un importante numero di aziende manifatturiere in sud est asiatico, (tra cui Corea del Sud, Taiwan, Cambogia, Vietnam), si è quasi disinteressata della eventuale guerra del dumping manifatturiero, e ha deciso di rivalutare il tasso di cambio vendendo titoli denominati in dollari, di cui era in possesso (da 1.100 miliardi di dollari a 700 miliardi), e contestualmente acquistare enormi quantità di oro, per sposare il progetto Brics, che mira, nel tempo ad avere una sua moneta unica, probabilmente legata all’oro, in una sorta di nuovo gold standard, da affiancare, se non superare il dollaro come valuta di riferimento a livello globale. E per fare questo, occorre una valuta forte e stabile che attragga gli investimenti.
Ecco quindi che il cambio di paradigma ha sorpreso gli Stati Uniti, che hanno il timore che si inneschi una sorta di valanga caratterizzata da un chiaro e ben definito “sell America”, con il quale si vendono asset intangibili come le valute Fiat e si acquistano asset tangibili, oro, argento, materie prime in generale.
Trump, pochi giorni orsono, ha dichiarato di non essere preoccupato per il recente calo della valuta americana, aggiungendo che non è scesa eccessivamente. Le dichiarazioni hanno rafforzato la percezione del mercato secondo cui l’amministrazione è favorevole a un dollaro più debole, poiché rende le esportazioni più competitive.
Va ricordato però che il rovescio della medaglia, ovvero i rischi di perdere lo status di valuta di riferimento a livello globale, potrebbero presentare il conto molto presto, perché la Cina sta esattamente facendo il contrario, ovvero, per attirare capitali, rivaluta, disinteressandosi (anche perché ha delocalizzato) l’eventuale fuga di aziende manifatturiere negli Usa. Di fatto poi la Cina ha già venduto asset denominati in dollari per circa il 40 per cento del suo portafoglio, e ha delocalizzato le aziende manifatturiere in paesi del sud est asiatico, per aggirare i dazi americani.
Il biglietto verde è stato inoltre messo sotto pressione dall’accresciuta incertezza politica a Washington, tra cui le rinnovate minacce di Trump di impossessarsi della Groenlandia e le critiche all’indipendenza della Federal Reserve. Infine, le crescenti speculazioni su un potenziale intervento congiunto di Stati Uniti e Giappone per sostenere lo yen hanno ulteriormente pesato sul dollaro. Ci ha dovuto pensare Bessent, Segretario del tesoro americano, che ha compreso la strategia cinese, a calmare le acque, ricordando che la politica Usa vuole un dollaro forte.
Sul Giappone c’è poco da ricordare se non che la necessità di deprezzare lo Jpy è quasi endemica, per sfruttare l’ormai arcinoto dumping che gli consentiva di mantenere quote di mercato in Asia, dove ora gioca la partita più importante contro la Cina. Cosa riserverà il futuro per questi paesi e rispettive valute ? Per Corea, Vietnam, Cambogia, Taiwan parzialmente anche per il Giappone, continueremo ad osservare debolezza della valuta locale, ad eccezione forse di uno Jpy che potrebbe correggere in ragione di rialzi dei tassi della Boj, mentre per lo Yuan ci aspettiamo una ulteriore rivalutazione, nel lungo periodo, verso i livelli di parità del potere di acquisto, posizionati in area 5.00 yuan per dollaro.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades