Smart Working post Covid, verrà garantito il “diritto alla disconnessione”

Una riforma dello smart working per assicurare un equo bilanciamento tra il bisogno di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

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Una riforma dello smart working per assicurare un equo bilanciamento tra il bisogno di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

La ministra del lavoro e delle politiche sociali, Nunzia Catalfo, in una recente intervista rilasciata al sole24ore, fra le tante questioni, si è espressa in merito alla condizione attuale e futura dell’istituto dello smart working (lavoro agile).

Innanzi tutto, la ministra ha ribadito che l’introduzione delle recenti regole semplificate per accedere allo strumento dello smart working, previste per far fronte alle politiche di contenimento dell’emergenza sanitaria del coronavirus introdotte dal nostro Paese, dureranno fino alla fine dello stato di emergenza, quindi fino al 15 ottobre.

Con il progressivo ritorno alla normalità, spiega la ministra, “sarà necessario recuperare la ratio dello smart working, cioè quella di gestione flessibile e per obiettivi del rapporto di lavoro slegato da precisi vincoli di spazio e tempo”.

A seguito di queste deroghe, si è registrato un picco di comunicazioni da parte delle aziende, per i lavoratori in smart working, superiore a 1.550.000 unità. In futuro, secondo alcune stime, la prosecuzione del lavoro agile si dovrebbe attestare intorno al 50% del picco massimo registrato tenendo.

Smart working e riforma post covid

Anche se le ultime modifiche all’istituto del lavoro agile sono abbastanza recenti (2017), la Catalfo ha in mente di apportare rilevanti novità, in primo luogo per quel che riguarda il “diritto alla disconnessione”, in modo da assicurare ai lavoratori “un equo bilanciamento tra il bisogno di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”.

Ad ogni modo, spiega la ministra, “la revisione della disciplina del lavoro agile va collegata all’interno di un più ampio e sistematico piano di incentivi e investimenti per facilitare la transizione tecnologica delle nostre imprese e del nostro tessuto produttivo. In tal senso, la leva fiscale è certamente uno dei primi strumenti da mettere in campo”.

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