Pensioni, quota 100: cosa non ha funzionato e perché non sarà rinnovata

Quota 100 non ha dato i risultati attesi ed è costata tantissimo. Perché il governo non può prorogare il pensionamento anticipato.

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Il dibattito sulla riforma pensioni prosegue anche se il Parlamento è in ferie. A settembre il clima si farà più infuocato, ma un punto appare chiaro e fermo per il governo: quota 100 non sarà prorogata.

Benché la Lega insista su una riforma soft di quota 100 o su una revisione del sistema anticipato, le esigenze di bilancio non consentono di andare oltre l’p0esperienza triennale. Lo Stato italiano si è indebitato troppo durante la pandemia: cassa integrazione e bonus a pioggia hanno assorbito risorse fuori misura.

Quota 100, cosa non ha funzionato

Ma, al di là dei conti, quota 100 non ha dato i risultati sperati. La riforma pensionistica varata dal primo governo Conte è stata fatta per porre rimedio ad alcuni limiti della riforma Fornero. Come noto, essa ha penalizzato i contribuenti puri (coloro che hanno iniziato a lavorare nel 1996) e indicizzato l’anzianità contributiva all’aspettativa di vita.

In altre parole, ciò significa chiedere ai contribuenti di andare in pensione anche a 71 anni. Così quota 100 è stato il primo passo verso il raggiungimento della pace previdenziale, ma questo non vuol dire che sia tutto andato come previsto.

Alla base di tutto, quello che non ha funzionato – secondo Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali – è stato l’effetto sui livelli occupazionali.

Quando la legge è stata disegnata, si pensava che per ogni pensionato sarebbero stati assunti due nuovi lavoratori. In realtà, per ogni dipendente in uscita sono entrate circa 0,10 persone e difatti l’occupazione giovanile è diminuita.

Numeri alla mano, non è corretto ritenere che la vecchia guardia tolga lavoro ai più giovani. Le statistiche europee dimostrano che i Paesi in cui gli ultrasessantenni lavorano di più sono quelli con il tasso di occupazione maggiore.

Il costo della riforma

E poi ci sono i costi di quota 100. La spesa complessiva è stimata in 16 miliardi di euro. Meno di quanto preventivato all’inizio, ma certamente si tratta di un esborso economico importante per lo Stato.

Da notare che tali cifre non tengono conto delle altre uscite anticipate, come opzione donna o Ape Sociale. La stima complessiva supera i 21 miliardi di euro, il che, se si somma a quanto lo Stato spende per reddito e pensione di cittadinanza, equivale a una manovra annuale di bilancio. E solo per la previdenza.

Purtroppo si tratta di numeri che non lasciano adito a dubbi sulla necessità di tagliare corto con l’esperienza di quota 100.

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