Pensioni minime a 1.000 euro entro fine legislatura, la promessa col trucco di Berlusconi

Pensioni minime verso i 1.000 euro al mese. Ma fra qualche anno la prenderanno in pochi, è solo una questione di tempo e di numeri.

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Che disperazione, che delusione dover campar sempre in disdetta, sempre in bolletta… Se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare, sarei certo di trovare tutta la felicità…“. Nel 1939 andava in voga questa allegra canzone che, a quanto pare, quasi cento anni dopo continua a essere attuale. Basta sostituire “lire” con “euro” ed ecco l’antico sogno di tanti trasformarsi in chimera odierna. Soprattutto per quei pensionati costretti a vivere con una pensione minima o per i lavoratori che a oggi non hanno neanche la certezza di poterne ricevere una in futuro.

Che le pensioni minime saliranno a 1.000 euro entro fine legislatura è probabile. Che ne possano beneficare tutti è invece assai improbabile. Ma questo in pochi l’hanno capito, soprattutto quei lavoratori che sperano in un futuro migliore con un minimo di garanzie.

Ci riferiamo ai giovani che si apprestano a intraprendere la carriera lavorativa. Ma anche ai quarantenni che questa carriera l’hanno già intrapresa, il cui pensiero è rivolto ai dubbi sempre più ricorrenti su quando potranno andare in pensione e con quanti soldi.

Nel frattempo banche e assicurazioni fanno di tutto per strappar loro di mano il Tfr, quel tesoretto utile per affrontare la vecchiaia, per destinarlo ai fondi pensione.

Cosa si intende per pensioni minime

Ma veniamo alle pensioni minime. Lo slogan di Forza Italia si basa su una promessa lontana nel tempo. Realizzabile, certamente, ma solo a determinate condizioni, dipendenti da fattori numerici e quindi contabili. Come sempre. Anche perché finanziare oggi oltre 4 milioni di assegni sarebbe impossibile da sostenere dal punto di vista finanziario.

Innanzi tutto bisogna capire che cosa si intende per pensione minima. Il nostro ordinamento pensionistico non prevede una cosa del genere, ma solo una integrazione al trattamento minimo.

Si tratta di un bonus che lo Stato riconosce ai pensionati che non raggiungono un certo livello di rendita minima vitale per vivere.

E’ bene sapere che non tutti hanno diritto alla integrazione al trattamento minimo sulla pensione, ma solo coloro che rispondono a determinati requisiti reddituali. Possono beneficarne solo i lavoratori che hanno iniziato a lavorare prima del 1996 e la pensione è liquidata col sistema di calcolo retributivo e contributivo (misto).

Una platea ristretta di beneficiari

In base ai dati sulla variazione dei prezzi al consumo, questa integrazione sale e si adegua di anno in anno all’inflazione comportando un aumento della pensione minima. Oggi è pari a 525 euro al mese circa, ma dal 2023 salirà del 7,3%.

Se per assurdo il tasso di inflazione rimanesse elevato e la rivalutazione anche, arriveremo a 700 euro al mese nel giro dei prossimi 5 anni. Da qui a salire a 1.000 euro al mese il passo sarà breve. Tuttavia, Berlusconi pensa di incrementare questi assegni a un passo più marcato per gli ultra 75enni già dal 2023. La proposta è in fase di valutazione in Parlamento.

Ma già da qui si capisce che si sta stringendo la platea dei beneficiari. Non più tutti i pensionati, ma solo coloro che superano una certa età anagrafica e che si avvicinano alla soglia della speranza di vita media, a circa 82 anni. Con tendenza al rallentamento visto l’incremento della mortalità a causa del Covid.

Il fattore tempo

C’è poi il fattore tempo da considerare. Fra cinque anni, quanti saranno i pensionati che avranno diritto alla pensione minima? Come abbiamo visto, per poterla ottenere è necessario aver iniziato a lavorare prima del 1996. Soltanto i nati negli anni 60 e 70 che andranno in pensione potranno contare sulla integrazione al trattamento minimo, ammesso che abbiano contributi versati prima del 1996. Tutti gli altri hanno sicuramente cominciato a lavorare dopo e quindi sono esclusi.

Così come restano escluse, ad esempio, tutte le pensioni derivanti dalla Gestione Separata.

E tutte quelle che non prevedono la liquidazione con il sistema di calcolo contributivo puro, come Opzione Donna.

E chi è già in pensione, invece? Difficile fare delle proiezioni, ma è del tutto evidente che fra cinque anni molte pensioni in pagamento, integrate al trattamento minimo, non esisteranno più perché eliminate. Al punto che il saldo fra vecchie e nuove pensioni minime sarà in continua diminuzione. Insomma, fra cinque anni ci saranno meno pensioni da integrare rispetto a oggi.

Requisiti di reddito e domanda

C’è infine da dire che l’integrazione al trattamento minimo di pensione non è automatico. Si ottiene solo a domanda dell’interessato qualora ve ne siano i presupposti. E non tutti lo sanno. Il diritto, inoltre, scatta solo se sono rispettati determinati limiti di reddito. Per il pensionato non coniugato, tale limite è pari a 2 volte il trattamento minimo pensionistico. Mentre per il pensionato coniugato, è necessario che il reddito complessivo non superi di 4 volte il trattamento minimo, fermo restando il limite di cui sopra per il richiedente. I redditi da dichiarare nella domanda sono tutti quelli assoggettabili a Irpef e a tassazione separata.

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