Pensioni: conto più salato per gli statali con la fine di quota 100

Quota 100 ha prodotto più costi che benefici. In assenza di riforma, i dipendenti pubblici saranno più penalizzati di quelli privati.

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A fine anno quota 100 va in pensione. Il sistema di pensionamento anticipato che prevede l’uscita dal lavoro con 62 anni di età e 38 di contributi rischia di non essere rinnovato. E al momento non vi sono nemmeno alternative.

La tanto attesa riforma delle pensioni è ancora allo stato embrionale. Si ricorrono voci e ipotesi di ogni genere per il dopo quota 100, ma nulla di concreto è finora emerso. Anzi no, l’unica cosa quasi certa è che il governo non intende fare altri debiti per le pensioni.

Quota 100, più costi che benefici

Quota 100 non è stata gratuita. Peserà molto sulla fiscalità generale e avrà effetti sul debito. A fine anno si stima che la spesa complessiva dello Stato per quota 100 sarà di circa 16 miliardi (a fronte dei 21 stanziati).

Ma al di là di ciò, quota 100 è stata un fallimento per l’occupazione. Come fa notare Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, “quando la legge è stata disegnata, si pensava che per ogni pensionato sarebbero stati assunti due nuovi lavoratori. In realtà, per ogni dipendente in uscita sono entrate circa 0,10 persone e difatti l’occupazione giovanile è diminuita”.

Pertanto il rischio di un ritorno alle regole della Fornero non è nullo, anche se sindacati e partiti stanno facendo di tutto per evitare uno scalone di 5 anni a partire dal 2022.

Agli statali il conto più salato

Tuttavia il nostro ordinamento previdenziale prevede, al netto di quota 100, altre forma di pensionamento anticipato. Ci sono Ape Sociale, opzione donna e le pensioni per i lavoratori precoci. Tutti strumenti che quasi probabilmente saranno prorogati nel 2022.

Il settore privato poi – fa notare Brambilla – gode oggi di scivoli pensionistici molto generosi, quali i contratti di espansione o isopensione.

Si tratta di soluzioni che permettono di anticipare la pensione e favorire il ricambio generazionale senza gravare sul bilancio dello Stato.

Funzionano meglio di quota 100 ed è possibile ridurre i costi del sistema di parecchi miliardi l’anno e abbassare l’età media di pensionamento.

Penalizzati restano i dipendenti pubblici che, con la fine di quota 100 e in assenza di riforma, non potranno che attendere il pensionamento di vecchiaia a 67 anni o l’uscita anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (uno in meno per le donne).

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