Lavoro nero, perché il reddito di cittadinanza fa aumentare gli irregolari

Il reddito di cittadinanza alimenta il lavoro nero. Vero, ma solo in parte, ecco come stanno veramente le cose.

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Il reddito di cittadinanza alimenta il lavoro nero. Vero, ma solo in parte, ecco come stanno veramente le cose.

Aumentano i casi di lavoratori irregolari con il reddito di cittadinanza. Il caso è tutto italiano perché da quando è scoppiata la pandemia, solo pochi datori di lavoro sono disposti a rischiare assunzioni regolari.

Le ripetute chiusure, il timore di restrizioni, ecc. non consentono di assumere personale regolare. Questo lo si può notare soprattutto nel settore della ristorazione e del turismo. Ma anche fra le piccole aziende non mancano casi emblematici.

Reddito di cittadinanza e lavoro nero

Un percettore di reddito di cittadinanza è quindi un buon investimento per chi ha bisogno di prestazioni occasionali o a termine. Così i camerieri, i baristi o gli animatori. Ma anche operai per piccoli e saltuari lavori.

Da un lato il percettore del reddito di cittadinanza può integrare il sussidio con piccole prestazioni occasionali o di breve durata. Dall’altro, il datore di lavoro può offrire contratti sotto pagati e quindi risparmiare sui costi.

Una piaga sociale, anche che la causa non è esattamente il reddito di cittadinanza, ma la carenza di norme adeguate a tutelare il lavoro e anche i datori di lavoro. Manca un salario minimo, regole uniformi per tutti e garanzie che finora sono mancate all’Italia.

Al Sud il doppio degli irregolari rispetto al Nord

Del resto, mettendosi nei panni di chi prende i reddito di cittadinanza, la domanda che viene spontanea è: se a lavorare si guadagna poco di più che prendere il sussidio dello Stato, chi me lo fa fare di cercarmi una occupazione?

I dati sul lavoro nero in Italia sono in preoccupante aumento. Come stima l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre sono circa 3,3 milioni gli irregolari in Italia. Si tratta di persone che quotidianamente per qualche ora o per l’intera giornata si recano nei campi, nelle aziende, nei cantieri edili o nelle abitazioni degli italiani per esercitare un’attività lavorativa irregolare.

Il tasso di irregolarità è oggi al 12,8 per cento mentre il peso del valore aggiunto generato dall’economia sommersa è del 4,9 per cento. Il fenomeno è più marcato al Sud con la Calabria che, a livello regionale, spicca per tasso di irregolarità sulle restanti regioni (22%). Al Nord, invece, Lombardia e Veneto sono solo minimamente sfiorate dalle irregolarità (10%).

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