Lavoro all’estero e paura terrorismo: le aziende internazionali sono posti di lavoro sicuri?

Trasferirsi all'estero per lavoro o anche solo andare in trasferta fuori dall'Italia oggi fa più paura: quali protocolli di sicurezza devono essere adottati? Ci si può rifiutare di partire?

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Trasferirsi all'estero per lavoro o anche solo andare in trasferta fuori dall'Italia oggi fa più paura: quali protocolli di sicurezza devono essere adottati? Ci si può rifiutare di partire?

Lavorare all’estero con l’emergenza terrorismo è diventato più pericoloso? Le aziende internazionali sono sicure e il dipendente che viene inviato in trasferta nelle sedi di Paesi ritenuti a rischio può rifiutarsi senza rischiare sanzioni o licenziamento? Sono quesiti purtroppo molto attuali, anche alla luce dei recenti attentati terroristici di Manchester e Londra.

Trasferta lavoro all’estero: la paura di attentanti può essere un valido motivo per non partire?

Dove andare in trasferta per lavoro in uno dei Paesi segnalati dalla Farnesina come “zona a rischio terrorismo”? Oggi l’emergenza Isis ha fatto si che questa lista si ampliasse includendo ad esempio Tunisia, Egitto, Kenya, Thailandia e Filippine ma non solo. Anche chi deve andare a Londra per lavoro potrebbe avere una paura giustificata dagli ultimi attentati. Ci si può rifiutare anche se, al momento dell’assunzione, si era data la propria disponibilità a trasferte di lavoro all’estero? La Cassazione ha chiarito in più occasioni che spetta al datore di lavoro prevenire rischi e tutelare la sicurezza dei lavoratori, in Italia e all’estero. Con sentenza n. 8486 dell’8 aprile 2013, i giudici della Suprema Corte hanno accolto la richiesta di risarcimento danni di un dipendente che aveva subito una rapina sul luogo di lavoro. Una particolare attenzione è prestata ai lavoratori all’estero: con sentenza n. 4129 del 22 marzo 2002 i giudici hanno condannato al risarcimento un datore di lavoro che aveva inviato un dipendente in Somalia per il rapimento subito da quest’ultimo. Ovviamente il datore di lavoro non può evitare in assoluto questi eventi ma è suo onere attuare tutte le misure di sicurezza volte a prevenire il rischio.

Lavoro in Medio Oriente: voi partireste?

Sempre più aziende aprono sedi in Medio Oriente.

Spiega Paola Guerra Anfossi, direttrice della Scuola internazionale di alta formazione di etica e sicurezza: “quando un datore di lavoro manda un dipendente all’estero, deve garantire la sua sicurezza. Se non lo fa, è penalmente responsabile”. Una consapevolezza di cui pochi, tra datori e lavoratori, sono consapevoli sebbene non si tratti oggi di casi isolati: stando ai dati Istat e Bankitalia sono più di 30mila le aziende italiane che hanno scelto di internazionalizzarsi investendo all’estero per un mercato che coinvolge oltre un milione di dipendenti. Ma si può prevedere il terrorismo? Secondo l’esperta di Gestione del rischio si: “Dall’ultimo di Stoccolma a quello di Londra sono invece caratterizzati dalla ripetitività dello schema. Per prevenirli occorrono professionisti capaci di cogliere segnali deboli (i sopralluoghi di certi tipi di persone, vestite in un determinato modo) e che, in caso di allarme, sappiano come agire. Sono i temi che abbiamo appena affrontato in un corso sul terrorismo (“Conoscere e saper agire”) che ci è stato commissionato da una catena di centri commerciali. In questo momento le marche del lusso, specie quelle francesi, sono simboli particolarmente attenzionati”. Da qui l’obiettivo della scuola fondata a L’Aquila: “la maggior parte delle 30mila aziende italiane che fanno affari all’estero non sa che, prima di autorizzare anche solo una trasferta, dovrebbe fare un’analisi e valutazione dei rischi. Vale per tutte le professioni, anche per giornalisti e cooperanti (le ong su questo hanno scarsa consapevolezza). Noi insegniamo come si fa quello che, in gergo tecnico, si chiama Travel Risk & Crisis Management. In base ai rischi – dal terrorismo alla possibilità di rivoluzioni, dalle malattie alle aggressioni e rapine, dai rapimenti ai terremoti – si dividono le trasferte, più o meno lunghe, in tre gradi di allarme. Ora la Turchia ha raggiunto un alto livello di pericolosità.

Le aziende sono responsabili di capire se il viaggio è opportuno o no, quali accortezze sono necessarie, informando il dipendente e formandolo a un certo tipo di accortezze.

A differenza di quando si è in Italia, all’estero l’azienda è responsabile della sicurezza del dipendente anche in orario extra-lavorativo, ad esempio se venisse aggredito alla sera in un locale. Noi, in caso di trasferte, ci occupiamo di organizzare la sicurezza con partner locali, che vengono a prendere il cliente già all’aeroporto; si tratta di una filiera di attività che va dallo studio iniziale fino alla gestione finale”.

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