Come andare in pensione con la combinazione età-contributi 64+20

Si può andare in pensione anche a 64 anni, ma solo completando diversi requisiti oltre ad età e contributi e solo se contributivi puri.

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pensione anticipata contributiva

Andare in pensione con 67 anni di età è l’unica via per chi ha 20 anni di contributi versati o poco più. Più che un dato di fatto questo è un luogo comune, perché il sistema previdenziale italiano ha delle misure che con 20 anni di contributi permettono l’uscita anche qualche anno prima. Non è vero che con 20 anni di contributi l’unica via per lasciare il lavoro è quella dell’età pensionabile per la pensione di vecchiaia ordinaria.

Lo spunto a questa nostra osservazione, assolutamente fondata, parte dal quesito di un lettore, a cui hanno detto che dovrebbe lavorare fino a 67 anni per andare in pensione, ma che dovrebbe considerare alcune cose che forse sono sfuggite a chi lo ha consigliato. “Ho 64 anni di età e a dicembre completo esattamente 20 anni di lavoro con la stessa azienda. Ho iniziato a lavorare con l’azienda a dicembre 2002 e questo è stato il mio primo lavoro. Il mio Patronato mi ha detto che se proprio voglio mettermi a riposo devo farmi licenziare e prendere la Naspi e solo a 67 anni la pensione. Non ci sarebbe una via diversa?”

Quando vent’anni di carriera bastano per uscire a 64 anni di età

Essendo privi di informazione aggiuntive da parte del nostro lettore, il suggerimento del Patronato non va del tutto bocciato, anche se a prima vista sembra un suggerimento sbagliato. Infatti esiste una misura nel sistema previdenziale italiano che permette di uscire dal lavoro già all’età di 64 anni. E non si tratta della quota 102 dal momento che la carriera utile non è di 38 anni di contributi, ma solo di 20 anni. In base alle informazioni del nostro lettore, avendo iniziato a lavorare nel 2002, potrebbe rientrare in quella che il sistema chiama pensione anticipata contributiva.

Ma occorre rispettare dei requisiti aggiuntivi.

La pensione anticipata contributiva dell’INPS

La misura rientra nel perimetro della pensione anticipata INPS. Si tratta di una misura dedicata ai cosiddetti contributivi puri, soggetti che hanno il primo contributo versato successivo al 31 dicembre 1995. Infatti per chi rientra in pieno nel sistema di calcolo delle pensioni con il metodo contributivo, la pensione può essere centrata quando si completa la combinazione 64 + 20. Probabilmente il fatto che il Patronato abbia suggerito la via della Naspi, dipende dal fatto che il lavoratore non completa il terzo requisito utile della misura. Infatti oltre che all’età e ai contributi occorre che l’assegno pensionistico erogato dall’INPS sia pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale. In buona sostanza è necessario che la propria pensione sia liquidata per un importo vicino ai 1.300 lordi al mese. Ed è una cosa tutt’altro che facile da raggiungere con solo vent’anni di contributi versati. Infatti essendo del 33% l’aliquota contributiva per i lavoratori iscritti alla Assicurazione Generale Obbligatoria dell’INPS (AGO), per ottenere una pensione di quell’importo serve uno stipendio, in carriera, piuttosto elevato.

La Naspi da 24 mesi e un anno di vuoto reddituale

L’alternativa suggerita dal Patronato è quella della Naspi. Dovremmo partire dal presupposto che si tratta della disoccupazione indennizzata INPS. Indennità erogata a chi perde il lavoro involontariamente. Quindi in caso di licenziamento il lettore potrà presentare domanda all’INPS e sfruttare fino a 24 mesi di Naspi. Infatti la disoccupazione INPS è pagata per la metà delle settimane lavorate nei quattro anni che precedono la data di perdita del posto di lavoro. Avendo lavorato negli ultimi quattro anni, il lettore ha diritto a 24 mesi di Naspi. L’importo della Naspi è grosso modo pari al 75% dello stipendio, ma dopo il sesto mese di fruizione, l’assegno cala del 3% al mese in maniera progressiva. Significa arrivare alla soglia dei due anni di Naspi con un importo praticamente dimezzato rispetto ai primi 6 mesi di indennità percepita.

E c’è da calcolare che il decalage dal sesto mese è un intervento emergenziale per la pandemia. Di struttura infatti la riduzione della Naspi scattava dal quarto mese di fruizione. Nel caso specifico va considerato che il lettore ha 64 anni di età, ed al termine dei 2 anni di Naspi ne avrà 66. Significa che dai 66 ai 67 anni questo lavoratore rimarrà praticamente senza reddito in attesa di completare l’età pensionabile idonea alla propria pensione di vecchiaia, a 67 anni.

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