Il tracollo laburista alle elezioni locali nel Regno Unito ci conferma quello che sapevamo già: Keir Starmer è un primo ministro politicamente finito a meno di due anni dall’insediamento a Downing Street. Può consolarsi leggendo i sondaggi spaventosi sul suo collega tedesco Friedrich Merz: l’86% dei cittadini in Germania non approva il suo operato. E nel frattempo i francesi contano i giorni che li separano dalla fine del mandato di Emmanuel Macron. I leader d’Europa sono deboli. E la debolezza è spesso peggiore dell’instabilità stessa.
Non solo Starmer: Europa piena di leader deboli
Venerdì scorso, man mano che arrivavano i risultati dello spoglio dai 136 councils al voto, il mercato riprendeva fiato dopo che Starmer riconosceva la sconfitta senza per questo cedere alle richieste di dimissioni.
Che i consensi per i laburisti sarebbero crollati, era stato scontato dagli asset finanziari. In settimana, i rendimenti dei Gilt erano saliti ai massimi dal 1998 con il trentennale fino al 5,75%. Ma è stato un po’ come tirare un sospiro di sollievo per un’agonia.
In Germania, Merz aveva sperato di recuperare il titolo di Außenkanzler, letteralmente “cancelliere all’estero”, cioè di riuscire a guidare nuovamente l’Europa dopo la tragica esperienza del suo predecessore socialdemocratico Olaf Scholz. Ad un anno dalla nascita del suo governo, rischia di andare persino peggio. Neppure i tedeschi gli riconoscono autorevolezza. Se si tornasse al voto, il suo partito cristiano-democratico scenderebbe al 22-24%, scavalcato dal 27-28% dell’AfD, l’ultra-destra con cui nessuno intende collaborare in Germania. In Alta Sassonia si vota a settembre e i sondaggi assegnano a quest’ultima il 41%.
Se il dato venisse confermato, sarebbe forse la fine del governo di Berlino.
Morte del centrismo
Agli alleati dell’SPD nella Große Koalition andrebbe anche peggio, sprofondando in quarta posizione al 12% e scavalcati dai Verdi. L’attuale governo raccogliere appena il 36% dei consensi. Ci sarebbe tempo per recuperare, dato che le nuove elezioni federali si terranno solo nel 2029. Il rischio è di arrivarci con questo andazzo: litigi nella coalizione, concessioni reciproche senza cambiare in sostanza nulla e riforme al palo. L’economia tedesca è ferma dalla pandemia in avanti, anzi è appena uscita dalla recessione e già la ripresa dell’inflazione minaccia la pallida crescita prevista. I debiti crescono tra riarmo, investimenti ed entrate stagnanti. C’è malcontento tra i tedeschi, che rifuggono sempre più dai due partiti tradizionali.
La morte del centrismo in Europa è testimoniata dai leader deboli che lo rappresentano ancora. Da Londra a Berlino, passando per Parigi, Roma e Madrid, gli elettori chiedono una politica meno sbiadita e attendono una svolta che non arriva neppure sul piano comunitario. Le ammucchiate in Francia e Germania sono servite a far restare al potere i partiti tradizionali, ma a costo della rappresentatività da un lato e alimentando l’incertezza sul futuro, nemica dell’economia.
Declino incessante senza governi forti
Leader deboli non potranno risollevare l’Europa dal suo declino socio-demografico, economico e geopolitico.
La marginalità del nostro continente nei consessi internazionali è diventata persino imbarazzante. La seconda area più ricca al mondo non riesce ad avere voce su alcun capitolo, neppure quando riguardi proprio il Vecchio Continente stesso. Guerra in Ucraina docet. Ci vorrebbe più unità tra i governi, è la risposta ufficiale che arriva dalle istituzioni comunitarie. Unità su cosa? Gli elettori confermano con il loro voto di non volere più cedere sovranità a organismi privi di reale rappresentanza e sfuggenti al controllo sulle loro responsabilità. Nel gergo aulico, si dice che vi sia un problema di accountability.
Merz, Macron e Starmer sono la raffigurazione dei leader deboli, incapaci di gestire casa loro e che per questo proiettano all’esterno le loro ambizioni di potere a costo di apparire ridicoli. L’asse in politica estera tra il francese e il britannico è la sommatoria tra due velleità senza basi concrete. I governi di tutta Europa si sono impegnati a sottoscrivere in sede NATO un aumento della spesa militare al 5% del Pil, in barba ai numeri e alla logica. Hanno così pensato di supplire alla loro vacuità in patria con l’esibizione di una forza muscolare solo sulla carta. Peccato che stiano semplicemente ampliando il solco con il rispettivo elettorato. Sui temi che stanno a cuore ai cittadini come crescita economica, carovita, welfare e sicurezza (interna, in primis) le risposte continuano a non arrivare. E i mercati ancora guardano al feticcio della stabilità, ignari che prepari un trauma ancora più grande.
giuseppe.timpone@investireoggi.it