Taglio della pensione di reversibilità: il problema esiste e riguarda le donne

L'OCSE ha suggerito all'Italia di ridurre la spesa per la pensione di reversibilità. Sarebbe eccessiva nel nostro Paese e in Grecia.

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Verso il taglio della pensione di reversibilità?

Nella sua relazione economica sull’Italia, pubblicata all’inizio di questa settimana, l’OCSE ha suggerito all’Italia una misura che certamente farà discutere e che rischia di rendere ancora più incandescente il dibattito politico di queste settimane. L’organizzazione con sede a Parigi ha consigliato all’Italia di tagliare la pensione di reversibilità. Stando ai dati, ogni anno il nostro Paese spende il 2,4% del PIL per questo tipo di assegno, nettamente sopra la media dell’area all’1%.

Per pensione di reversibilità, in gergo ai superstiti, s’intende l’assegno che percepisce il/la vedovo/a dopo la morte del coniuge. Attenzione, perché contrariamente a quanto spesso tendiamo a credere, non si tratta di un “regalo” dello stato. I contributi INPS versati dal lavoratore dipendente o autonomo contemplano già tale ipotesi. In pratica, versiamo all’istituto di previdenza non solo i contributi per la nostra pensione, ma anche per il caso di vedovanza.

Tuttavia, i dati OCSE ci spiegano anche che la spesa per la pensione di reversibilità in Italia sarebbe eccessiva. Dovremmo ridurre l’importo dell’assegno? Il problema è più complesso e riguarda particolarmente le donne. Sappiamo che statisticamente una donna vive in media quasi 5 anni in più di un uomo. E fino alla legge Fornero, andava in pensione anche 5 anni prima con l’età ufficiale, almeno nel settore privato. Di fatto, le leggi in materia avevano garantito un assegno di vedovanza alle donne di almeno una decina di anni.

Pensione di reversibilità e bassa occupazione femminile

Oggi, l’età pensionabile per uomini e donne è stata parificata. Resta il fatto che le donne italiane siano tra le meno occupate nel mondo ricco.

Solamente il 48% in età lavorativa ha un’occupazione contro una media europea del 62,5% e una OCSE del 59,6%. Questo ha conseguenze d’impatto enormi proprio sulla pensione di reversibilità. Arrivando alla vecchiaia con pochi contributi o nessuno versato, la donna italiana rischia di rimanere priva di reddito con la morte del coniuge. E necessariamente, lo stato deve riconoscerle l’assegno. D’altra parte, se non facesse così, dovrebbe preoccuparsi in qualche altro modo a consentirle almeno un livello di vita minimamente dignitoso.

Stiamo affermando, quindi, che la pensione di reversibilità in molti casi sia erogata per scopi assistenziali. Se la donna italiana lavorasse fino a garantirsi un assegno sufficiente per la vecchiaia, non ne avrebbe diritto o ne avrebbe diritto in misura inferiore. Dunque, l’eccesso di spesa rilevato dall’OCSE è reale, ma non dipende dalla manica larga dello stato (al di là del calcolo retributivo effettuato in passato e parzialmente oggi), quanto dallo scarso funzionamento del nostro mercato del lavoro. La bassa occupazione femminile si riflette nell’esigenza per le donne di vivere durante la terza età in un qualche modo. Il vero invito di Parigi sarebbe, dunque, di agire per aumentare tale percentuale per farla tendere ai livelli europei. E ciò risulta particolarmente vero al Sud, dove i tassi di occupazione tra le donne sprofondano anche al 30% o poco sopra, la metà degli standard occidentali.

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