Ecco perché il petrolio è sceso sotto 90 dollari – c’entra il principe saudita MbS

Il prezzo del petrolio è sceso sotto 90 dollari al barile, circa 10 in meno rispetto ai primi giorni del mese. Il calo non arriva per caso.

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Petrolio sotto 90 dollari

Stanno arrivando buone notizie sul fronte dell’energia. Se il prezzo del gas si è assestato nelle ultime settimane nel range 115-120 euro per Mega-wattora, quello del petrolio (Brent) è sceso sotto 90 dollari al barile. All’inizio di novembre, era tornato nei pressi dei 100 dollari. L’indebolimento delle quotazioni ha contribuito a mandare giù i prezzi del carburante alla pompa, tanto che il governo italiano ha deciso di abbassare almeno per il mese di dicembre il taglio delle accise di 10 centesimi al litro. Si risparmiano quattrini da mettere a bilancio eventualmente per quando i prezzi risaliranno.

Il calo del petrolio arriva in coincidenza con i rumors di questi giorni circa un possibile aumento della produzione OPEC. L’organizzazione dovrebbe assumere una tale decisione alla riunione del 4 dicembre. Il giorno successivo scatta l’embargo europeo sul petrolio russo. Se non fosse per la preoccupazione circa possibili ritorsioni di Mosca, il prezzo sarebbe verosimilmente più basso sui mercati internazionali.

Malgrado le smentite di ieri di Riad, sembra che l’Arabia Saudita stia ipotizzando un aumento della produzione da parte degli stati OPEC di 500.000 barili al giorno. Considerato che per novembre e dicembre era stato deciso un taglio di 2 milioni di barili al giorno, la notizia sarebbe positiva solo marginalmente. Tuttavia, si stima che il taglio reale sia di 1 milione di barili al giorno e, comunque, la decisione dell’OPEC, ove confermata, segnerebbe una svolta del cartello dopo mesi di resistenze alle pressioni americane.

Petrolio giù grazie al principe saudita

A sgonfiare le quotazioni del petrolio ha contribuito certamente l’indebolimento del dollaro. Ma la vera novità di queste settimane sta nel riavvicinamento tra USA e Arabia Saudita. L’amministrazione Biden ha chiesto l’immunità a favore del principe saudita Mohammed bin Salman (MbS) per il processo sul brutale omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista del Washington Post e suddito del regno molto critico verso la famiglia reale.

Le indagini puntano sul coinvolgimento di MbS come mandante dell’omicidio.

In campagna elettorale, Joe Biden definì l’Arabia Saudita uno stato “paria”. Commenti negativi sul regno erano arrivati anche nei mesi scorsi. Riad si era indisposta al punto da non ricevere più neppure telefonate dalla Casa Bianca. La politica sul petrolio tenuta dai sauditi in questi mesi è considerata una forma esplicita di ritorsione contro gli USA. E poiché i sauditi sono leader di fatto dell’OPEC, ciò ha portato a una produzione mondiale complessivamente bassa e a conseguenti prezzi alti.

Dopo che il principe saudita ha ottenuto un segnale di apertura dall’amministrazione Biden, l’avallo all’aumento della produzione di petrolio è diventato sempre più probabile. Rispetto al novembre dello scorso anno, le quotazioni restano di quasi una decina di dollari al barile più alte. Lo spettro di una recessione in Europa, poi, le spinge verso il basso sulle attese di una domanda futura più bassa. Ma il dato saliente è geopolitico. Il recupero, pur ad oggi molto parziale, delle relazioni tra Washington e Riad lascia immaginare una politica dell’OPEC meno ostile. Probabile, comunque, che solamente nei primi mesi del 2023 il principe saudita passerà ai fatti con aumenti congrui delle estrazioni. Prima vedere cammello.

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