Perché le banche centrali hanno così tanta paura della recessione

Il rischio di recessione aumenta negli USA e in Europa. Le banche centrali si mostrano terrorizzate alla sola idea.

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Recessione per battere l'inflazione

Il rischio che l’economia americana cada in recessione dopo appena due anni cresce sempre più. Banche d’affari, finanziari e analisti convergono sul fatto che le probabilità che il PIL USA ripieghi nel breve termine stiano aumentando. Le stesse banche centrali si stanno preparando allo scenario, per quanto continuino a sostenere ufficialmente la linea della prudenza. Non sarebbe “inevitabile”, insomma. Ma fino a qualche mese fa non era neppure nei loro radar. E fino a poco prima, l’inflazione stessa era considerata semplicemente “transitoria”.

Sta di fatto che le banche centrali si mostrano terrorizzate alla sola idea che le rispettive economie possano cadere in recessione. Per evitare di ritrovarsi in una tale situazione, avevano calciato il barattolo puntando a rinviare l’avvio della stretta monetaria il più possibile. Adesso, stanno aumentando i tassi d’interesse proprio nel momento in cui l’economia globale sta rallentando.

Il difficile cambio di rotta delle banche centrali

Accettare il rischio di una breve recessione per placare l’inflazione non sarebbe una tragedia. Qualche trimestre con il segno meno per il PIL e dopodiché l’economia sarà stata (si spera) in gran parte disinflazionata. Perché piaccia o meno ammetterlo, da questa crisi di prezzi alle stelle per le materie prime ne usciremo solo riducendo la liquidità sui mercati e “sgonfiando” la domanda, vale a dire colpendo proprio i consumi.

Ma le banche centrali temono che la recessione che verrà sia tutt’altro che di breve durata. Negli anni Ottanta, quando USA e Regno Unito decisero di scendere in campo contro l’inflazione, la crisi delle due economie persistette per circa un biennio. Evidentemente, i governatori come i politici ritengono che Nord America ed Europa non siano nelle condizioni di fronteggiare un inverno così lungo.

Usciamo da due anni di pandemia e, soprattutto, il ricordo della crisi finanziaria mondiale del 2008 è ancora fervido. C’è il rischio di una definitiva perdita di fiducia nel “sistema”.

Quale sistema? Ed è qui che le banche centrali sudano freddo. Nell’immaginario collettivo sono state ritenute almeno corresponsabili dei crolli dei sistemi bancari di quasi quindici anni fa. Per farsi perdonare s’imbarcarono in stimoli monetari senza precedenti, azzerando i tassi e tenendo finanziariamente in vita di tutto, dalle aziende semi-collassate alle stesse banche, passando per i governi. Ma questa politica ultra-espansiva ha creato le condizioni per generare la crisi di questi mesi: inflazione alle stelle non appena agli stimoli monetari si sono affiancati quelli fiscali.

Il timore di una recessione dura

Adesso si scorge il tentativo maldestro di addebitare questa inflazione galoppante alla guerra, per quanto sappiano anche le pietre che la corsa dei prezzi iniziò nel 2021 con l’allentamento delle restrizioni anti-Covid. Ma le banche centrali non vogliono permettersi un altro flop agli occhi delle opinioni pubbliche. Sono state accreditate di poteri taumaturgici per rimettere in sesto le economie. I loro governatori sono stati trattati alla stregua di super eroi della Marvel. Basti pensare alla riverenza verso Mario Draghi quando era a capo della BCE.

Ma la realtà è che sono state brave a guadagnare tempo, nella speranza che i fondamentali macro si mettessero a posto da soli o grazie alle riforme dei governi. Non è accaduto. Anzi, la politica è diventata sempre più irresponsabile e ha ignorato le azioni necessarie per far crescere l’economia indipendentemente dagli stimoli. Con il risultato che non solo adesso la recessione appare sempre più inevitabile, ma forse anche più dura e lunga del previsto.

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