Le pensioni minime a 1.000 euro resteranno un sogno nel cassetto di Silvio

L'innalzamento delle pensioni minime a 1.000 euro non sarà possibile entro la fine di questa legislatura. Vediamo perché.

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Pensioni minime a 1.000 euro?

L’anno prossimo, le pensioni minime non potranno risultare inferiori a 600 euro al mese. Ma non per tutti. La novità riguarda coloro che hanno un’età almeno pari a 75 anni. Tutti gli altri dovranno attendere. Alla soglia dei 600 euro si avvicineranno l’anno prossimo, al netto della rivalutazione al tasso d’inflazione. A premere in tal senso è particolarmente Forza Italia. Silvio Berlusconi lo aveva promesso in campagna elettorale e lo ribadisce ancora oggi: pensioni minime per tutti a 1.000 euro entro la fine della legislatura.

La battaglia dell’ex premier si deve a tante ragioni. La prima, forse più elementare, è che riesce ad attirare consensi tra gli over 60, rimasto lo zoccolo duro dell’elettorato “azzurro”. Poi, c’è una questione più di categorie sociali: promettere pensioni minime alte fa l’interesse di chi ha versato relativamente pochi contributi e rischia di percepire o già percepisce assegni bassi. Parliamo del popolo degli artigiani, le cui casse previdenziali sono storicamente vuote per via di entrate scarse.

Tuttavia, alzare le pensioni minime a 1.000 euro al mese per 13 mensilità è un’operazione che fa a pugni sia con la matematica che con la logica. Anzitutto, il costo diverrebbe insostenibile per l’INPS. L’ente si dovrebbe sobbarcare un onere non propriamente previdenziale, che richiederà maggiori esborsi dello stato, cioè a carico della fiscalità generale. Le stime divergono, ma arrivano fino a 33 miliardi di euro all’anno. Quasi due punti di PIL in più in un paese, dove la previdenza già assorbe tra il 16% e il 17% del PIL e la cui spesa è attesa in rialzo di 50 miliardi al 2025.

Pensioni minime a 1.000 euro resterà una promessa

Secondariamente, pensioni minime “alte” rischiano di affossare l’INPS non solo per i maggiori esborsi, bensì anche per le minori entrate.

L’incentivo dei lavoratori autonomi a versare contributi per la vecchiaia verrebbe meno. E anche molti lavoratori dipendenti troverebbero più conveniente svolgere mansioni in nero, intascando un salario più alto con la sicurezza di riuscire ugualmente a vivere una vecchiaia dignitosa. Tra bassi salari e discontinuità contributiva, oggi come oggi sono in 6 milioni i pensionati che non riescono ad arrivare a 1.000 euro al mese, di cui quasi 4 milioni percepiscono più del trattamento minimo.

Infine, c’è una questione di equità intergenerazionale. Con il passaggio definitivo al metodo contributivo in futuro, formalmente l’integrazione al minimo cesserà di esistere. In pratica, i lavoratori giovani di oggi percepiranno un domani un assegno corrispondente esattamente ai contributi versati. Le pensioni minime per loro non ci saranno. Tant’è che, in sede di richiesta di fiducia al Parlamento, la premier Giorgia Meloni ha parlato di “bomba sociale” da disinnescare. Allo stato attuale, però, elevare le pensioni minime a 1.000 euro senza porsi il problema delle future generazioni di pensionati equivale a concentrare risorse a favore di chi in pensione dovrà andarci tra pochi anni o c’è già, sottraendole a chi non avrà neppure il diritto alla garanzia di un assegno minimamente dignitoso.

E se le pensioni minime per i contributivi puri non sono state pensate, è solo perché altrimenti il sistema previdenziale italiano sarebbe percepito ancora meno sostenibile dai mercati. Sarà pure una promessa elettorale, ma l’idea di portarle a 1.000 euro al mese per tutti entro cinque anni non sembra possibile.

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