L’Italia è entrata in deflazione: prezzi ad agosto -0,1%. Draghi annuncerà il QE giovedì

L'Italia è entrata in deflazione, Su base annua, i prezzi in agosto sono scesi dello 0,1%. Non accadeva dal 1959. Ora si teme per la tenuta dei conti pubblici, mentre la BCE si accinge ad annunciare il varo del QE.

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Era nell’aria, ora la conferma ufficiale la da l’Istat: nel mese di agosto, l’indice dei prezzi è diminuito dello 0,1% su base annua dal +0,1% di luglio, anche se registra una crescita dello 0,2% su base mensile. Siamo nello scenario temuto dai più, ossia quello della deflazione. Tecnicamente, non basterebbe un mese di prezzi tendenziali in calo per parlare di deflazione. Il processo dovrebbe essere prolungato nel tempo, ma è evidente che il trend degli ultimi mesi non lasci spazio a dubbi: i prezzi in Italia continuano a raffreddarsi costantemente e adesso iniziano a mostrare un calo su base annua. Anche nell’intera Eurozona si registra una flessione del tasso d’inflazione, che ad agosto si è attestato allo 0,3% dallo 0,4% di luglio. Anche la Spagna, oltre all’Italia, è tra le grandi economie europee con prezzi in calo.   APPROFONDISCI – L’Italia è vicina alla deflazione: +0,1% a luglio. Saranno dolori   Il dato di agosto per l’Italia è il più basso dal 1959, quando i prezzi scesero dell’1,1% su base annua e mostrarono un calo tendenziale per sette mesi. Paradossalmente, però, l’inflazione acquisita al mese di agosto sale allo 0,4% per l’intero anno dal +0,3% di luglio, per via dell’accelerazione registrata dai prezzi su base mensile. L’Istat spiega che ad avere provocato il calo dell’inflazione sono stati l’accelerazione della flessione dei prezzi energetici e il calo di quelli dei servizi, in parte controbilanciati dal minore tonfo dei prezzi alimentari non lavorati. Il dato italiano è molto preoccupante, non perché in sé sia provato che la deflazione comporti effetti negativi sull’economia, quanto perché è la spia di un’economia che mostra segnali vistosi di peggioramento, quando ci si attendeva una ripresa pur debole.

Ormai, un pò tutto il Sud Europa è entrato tutto in deflazione, compresa la Spagna, che pure ha visto accelerare la crescita del pil negli ultimi mesi, confermandosi in piena ripresa. Certamente stanno influendo fattori esterni, come il calo dei prezzi energetici, ma è inutile nascondersi dietro a un dito: l’Italia è in deflazione per via della forte crisi della sua economia.

Verso il QE?

A questo punto, gli analisti di Credit Suisse prevedono che il governatore della BCE, Mario Draghi, annuncerà già il prossimo giovedì, alla conferenza stampa successiva al board mensile, il varo di un piano di “quantitative easing”, che consisterebbe nell’acquisto di titoli di stato dell’Eurozona e di obbligazioni private, in modo da immettere liquidità sui mercati e stimolare i prezzi. Il QE partirebbe, però, non prima di gennaio, ossia successivamente al completamento degli stress-test, previsto per fine ottobre-inizio novembre, dopo che si saranno tenute le prime due aste Tltro di settembre e dicembre e dopo che sarà stato avviato anche il piano di acquisti dei titoli Abs.   APPROFONDISCI – La BCE è nel panico per il rischio deflazione e il calo dei prestiti bancari Marc Faber attacca la BCE: se fossi Draghi preferirei la deflazione   Draghi avrebbe rotto gli indugi, nonostante non goda di un consenso politico amplissimo dentro al board (la Bundesbank è contrarissima a nuovi stimoli monetari), per via dell’indebolimento dei dati macroeconomici e sulla scia delle tensioni geopolitiche, che potrebbero spegnere la già debolissima ripresa dell’Eurozona. Alla conferenza stampa, il governatore potrebbe dichiarare che il QE non sarà attuato, se da qui ai prossimi mesi vi saranno segnali tangibili di un miglioramento dell’economia europea. Tornando all’Italia, la deflazione potrebbe far saltare i conti pubblici. Se la crescita nominale del pil si abbassasse ulteriormente, dato che essa è il risultato della somma tra il pil reale e l’inflazione, il rapporto tra deficit e pil e tra debito pubblico e pil salirebbe, anche in assenza di un peggioramento sul lato della spesa pubblica o delle entrate.

E ricordiamoci che siamo già al limite del 3% di deficit, ossia a ridosso del tetto massimo consentito dal Patto di stabilità. Non si tratterebbe di non indispettire la Commissione europea, quanto di non perdere la fiducia dei mercati finanziari, che in questi mesi ci stanno graziando con rendimenti sui titoli di stato ai minimi storici.      

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