La rivoluzione del caffè, mercato ora trainato dall’Europa dell’est

Le tazzine di caffè bevute ogni giorno in Italia non si contano, eppure non siamo tra i primi consumatori al mondo. E mentre l'Europa dell'est avanza, quella occidentale arretra.

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Le tazzine di caffè bevute ogni giorno in Italia non si contano, eppure non siamo tra i primi consumatori al mondo. E mentre l'Europa dell'est avanza, quella occidentale arretra.

Cosa c’è di meglio di una pausa caffè durante il lavoro o quando si è fuori con gli amici al bar? Da noi, è una tradizione connaturata al nostro essere italiani, un po’ come mangiare la pizza, seguire il calcio o parlare male dei politici. Ma ci credereste mai che non figuriamo affatto ai primi posti delle classifiche internazionali per consumi pro-capite? Difficile da credere, ma i numeri sono numeri e ci spiegano, anzi, che rispetto a cinque anni prima, nel 2016 si è registrata tendenzialmente una contrazione dei consumi di questa bevanda in quasi tutta l’Europa occidentale. Qualche cifra: -0,8% in Danimarca, -0,7% in Olanda, -0,5% in Lussemburgo, -0,4% in Germania e Norvegia, -0,2% in Italia, Austria, Svizzera e Francia, mentre solo Finlandia (+0,4%) Regno Unito, Irlanda (+0,3%) e Portogallo (+0,1%) segnano un lieve incremento nell’area, con la Spagna a segnare un dato invariato. (Leggi anche: Quanto caffè bere al giorno per avere benefici)

E mentre le tazzine di caffè bevute non aumentano e, addirittura, diminuiscono un po’ nell’Europa occidentale, non lo stesso accade nella parte orientale del continente, con l’Estonia (+0,9%) a guidare gli aumenti, seguita da Lituania (+0,5%) e Bielorussia (+0,4%).

Due le eccezioni: Romania (-0,2%) e Ungheria (-0,3%).

Cosa sta accadendo? Solo lo scorso anno, il mercato del caffè nell’Europa orientale è cresciuto del 5,3%, quando nell’Europa orientale non si è andati oltre l’1,8%. E’ evidente che la crescita delle economie dell’est, unitamente a quella delle catene di cafès come Starbucks in quell’area, stiano sostenendo lo sviluppo di un mercato che era depresso fino a pochi anni fa. Le economie mature occidentali, invece, registrano consumi stagnanti. La tendenza dovrebbe essere simile anche nei prossimi anni, anche se bisogna fare i conti con i prezzi medi per tazzina, relativamente più alti nell’est, in rapporto ai salari.

Esempio: costa quanto un salario minimo orario in Polonia, mentre nel Regno Unito incide per la metà. E proprio questo dato dovrebbe limitare i tassi di crescita del mercato del caffè nell’Europa dell’est per il prossimo futuro, anche se i ritmi dovrebbero rimanere più dinamici che nell’ovest.

In classifica siamo bassi

Tornando all’Italia, la classifica dell’Organizzazione Internazionale del Caffè (ICO) ci pone solo 13-esimi quanto a consumi pro-capite con 5,8 kg. I primi sono gli stati scandinavi con ben 12 kg in Finlandia, 9,9 in Norvegia, 9 l’Islanda, 8,7 in Danimarca, 8,4 in Olanda, 8,2 in Svezia, 7,9 in Svizzera, 6,5 in Belgio, 6,2 in Canada, 6,1 in Bosnia-Erzegovina e 5,9 in Austria. A conti fatti, una sorta di record ce lo saremmo ritagliati lo stesso, perché l’Italia sarebbe così la prima economia per consumi al mondo non appartenente a una fascia climatica relativamente fredda.

Non stupisce, invece, un’altra classifica, stavolta di SilverDoor, che non ci vede nei primi 50 posti per numeri di filiali Starbucks per milione di abitanti. In testa troviamo Monaco con soli 2 punti vendita, ma date le piccole dimensioni del principato, corrispondono a 52,08 ogni milione di residenti. Seguono USA con un rapporto di 41 e Canada con 38,8. In Germania, in fondo alla classifica, ve ne sono 160, in Francia 132, mentre sappiamo che la famosa catena americana ha iniziato a entrare sul mercato italiano in punta di piedi dall’inizio di quest’anno con un primo punto vendita a Milano. E non potrebbe essere altrimenti, vista l’impresa titanica di vendere caffè nella nazione dei bar. Sarebbe come pretendere di fare affari in Lapponia offrendo ghiaccio. (Leggi anche: Prezzo caffè più caro, ma qualità potrebbe aumentare)

 

 

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