La guerra del gas provoca una crisi d’identità in Germania, si teme l’inverno

La Russia taglia il gas a Germania e Italia e i tedeschi sono già in crisi. Scattato l'allarme arancione, al prossimo sarà taglio dei consumi

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La crisi del gas in Germania

La guerra economica vera e propria tra Europa e Russia è appena iniziata. Nei giorni scorsi, Mosca ha annunciato il taglio delle forniture di gas a Germania, Olanda e Italia. Attraverso il gasdotto North Stream 1 manda ai tedeschi tra il 40% e il 65% in meno. E a Berlino è scattato l’allarme arancione, il secondo stadio d’emergenza sui tre previsti dalla legge tedesca. Al prossimo, ci saranno razionamento dei consumi e aumenti dei prezzi del gas all’ingrosso. Il ministro dell’Economia e per la Protezione dell’ambiente, Robert Habeck, ha rassicurato che “per il momento” la Germania avrebbe approvvigionamenti sufficienti, ma ha ammesso che la situazione stia diventando critica.

Meno gas alla Germania

Formalmente, Gazprom ha giustificato il taglio delle forniture con esigenze di riparazione della conduttura. Ha annunciato già che tra 11 e 21 luglio il pipeline sarà totalmente chiuso per lavori. Il governo Scholz teme che dopodiché non riapra più. Habeck è stato chiarissimo: “Mosca sta muovendo una guerra economica contro la Germania”.

E’ indubbio che il presidente Vladimir Putin, dopo avere fatto cassa nei primi quattro mesi di guerra contro l’Ucraina vendendo petrolio e gas all’Europa a prezzi stellari, voglia ricattare il continente attraverso le forniture. In questi mesi estivi, i paesi sono soliti accumulare scorte di gas per l’inverno, ma a causa dei tagli russi l’offerta è appena sufficiente a soddisfare i consumi. Putin vuole, quindi, che l’Europa arrivi all’inverno senza certezze, così da piegarla sul piano del supporto all’Ucraina.

Per la Germania si tratta di uno choc politico, oltre che economico. Nel 2011, l’allora cancelliera Angela Merkel pianificò la chiusura delle centrali nucleari dopo l’incidente a Fukushima, in Giappone.

Lo fece per inseguire i Verdi nei consensi. E questi ultimi sono da sei mesi al governo federale insieme ai socialdemocratici e ai liberali. Di centrali nucleari ancora attive in territorio tedesco ve ne sono tre, ma chiuderanno a inizio 2023. I liberali chiedono che tale chiusura sia posticipata, ma i Verdi non vogliono saperne. Chiedono anche che si sospenda il divieto contro il “fracking”, una tecnica che consiste nel ricavare gas dalle rocce attraverso un processo di cosiddetta fratturazione idraulica. Anche in questo caso, i Verdi rispondono picche.

Economia tedesca a rischio recessione

Eppure grazie al “fracking” la Germania potrebbe ricavare complessivamente 2.750 miliardi di metri cubi di gas. Insomma, questa crisi energetica sembra autoinflitta, a dirla tutta. L’ideologia ha prevalso sul pragmatismo, portando al paradosso che adesso il governo sta disponendo la riapertura delle centrali a carbone per scongiurare una carenza di energia. Ma sul banco degli imputati vi è nel complesso la politica estera tedesca degli ultimi decenni. Berlino aveva abbandonato il nucleare puntando essenzialmente sul gas russo a basso costo, in barba alle divisioni geopolitiche. Si è così legata mani e piedi a una potenza straniera rivelatasi nemica.

Tra l’altro, neppure l’ipotesi di rinviare la chiusura delle centrali nucleari scongiurerebbe del tutto una crisi energetica. Il 40% dell’uranio i tedeschi lo importano da Russia e Kazakistan, quest’ultimo alleato della prima. Rischiano di fronteggiare le stesse criticità vissute in queste settimane con il gas. Nel frattempo, la manifattura rallenta e di questo passo entro la fine dell’anno la prima economia europea rischia di ripiegare. Lo spettro della recessione si materializza un po’ per tutto il continente tra inflazione alle stelle e razionamento in vista dei consumi di gas.

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