La buona ‘squola’, ecco perché la logica del posto pubblico a vita non è morta

Il posto pubblico continua a restare "a vita" per mentalità. Il caso della scuola dimostra che in Italia prevale una concezione anacronistica del lavoro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il posto pubblico continua a restare

Guai a generalizzare e a ridurre 3 milioni di dipendenti pubblici a macchietta. Dal mondo della scuola, in pochissimi giorni sono arrivate notizie di tenore diverso: dall’insegnante accoltellata dallo studente ad Acerra (Napoli) per un’interrogazione, al ricorso al TAR dei genitori di un alunno di Canicattì (Agrigento) per un 9 preso dal figlio all’esame di terza media, in quanto avrebbe meritato 10. Ha fatto clamore anche il licenziamento di una maestra di una scuola elementare di Veternigo, frazione di Santa Maria di Sala, in provincia di Vicenza, per manifesta incapacità. La docente era solita commettere gravi e ripetuti errori grammaticali, come scrivere la parola “squola” o “sciaquone” o ancora mettendo le doppie dove non c’erano e togliendole alle parole in cui risultavano necessarie. (Leggi anche: Classifica paesi stakanovisti: italiani penultimi, tutta colpa dei dipendenti pubblici)

La maestra aveva fatto ricorso al giudice contro il licenziamento, perdendolo. Non solo, ma è stata rigettata la richiesta di essere destinata a un’altra mansione. Non se ne parla: sei stata assunta per fare la maestra e ti sei dimostrata incapace. Stop. Questo, in sintesi, il ragionamento sacrosanto del giudice. A primo sentore, sembrerebbe la storia a lieto fine (non per l’interessata), una volta tanto, di una Pubblica Amministrazione normale, dove chi sbaglia o non è capace viene buttato fuori, il riconoscimento che il posto pubblico non sia un diritto, ma come nel settore privato presupponga il rispetto di doveri e l’esercizio sempre della diligenza e delle competenze richieste. Invece, andando appena più a fondo nella vicenda, si scopre che le cose non sono andate così linearmente come si pensi.

La maestra è stata segnalata dalla preside all’ispettorato scolastico regionale, ma dopo che i genitori degli alunni avevano protestato vivacemente, arrivando persino a fare assentare i figli dalla scuola per un’intera settimana, tanto che la preside aveva chiamato i carabinieri per informarli del mancato rispetto dell’obbligo scolastico dei genitori. Solo quando la vicenda si era fatta grossa, la preside effettuava la segnalazione, scattavano i controlli regionali e il Ministero dell’Istruzione inviava alla docente una lettera di licenziamento. Dunque, il licenziamento doveroso di un’insegnante con ogni evidenza incompetente è stato solo un atto tardivo e conseguenza di proteste veementi da parte dei genitori. Situazioni simili si riscontrano in ogni angolo d’Italia, dove tanti dirigenti scolastici sono soliti evitare atti estremi come il licenziamento, ma anche solo il trasferimento di un docente contestato per manifesta incompetenza da una classe all’altra o da un istituto all’altro.

La cultura del posto fisso non muore

La scuola italiana non è normale, come sembrerebbe emergere dal caso vicentino, risentendo di una concezione quasi aristocratica del pubblico impiego, intoccabile per chi ne faccia parte, quali che siano i risultati. Da qualche giorno, il governo francese sta scioccando l’opinione pubblica, annunciando la revisione dello status per 4 milioni di dipendenti pubblici francesi (sono esclusi medici, militari e alti burocratici), ponendo fine a oltre 70 anni di posto pubblico a vita, a cui Parigi ha dato vita dopo la liberazione dal nazifascismo. In un paese, in cui 1 lavoratore su 4 è alle dipendenze dello stato, il risvolto psicologico dell’annuncio dei ministri del presidente Emmanuel Macron sta diventando dirompente. Del resto, affermò una volta l’incommensurabile Indro Montanelli che “il privato offre u lavoro, il pubblico un posto”.

In Italia, il posto pubblico a vita per legge non esiste, ma nei fatti sì. La stessa crisi elettorale del PD ha molto a che vedere con la caduta dei consensi per il partito di Matteo Renzi tra gli insegnanti e, in generale, il personale scolastico. La “Buona Scuola” è la vittima degli attacchi tra i più pesanti rivolti alle riforme renziane da parte della base di centro-sinistra, storicamente molto forte dentro gli istituti. Non va giù l’idea che l’offerta didattica debba viaggiare di pari passo al mondo del lavoro, che tra i docenti debbano prevedersi sistemi premiali basati sul merito, che la scuola, fatta salva la sua missione “sacrale” educativa, debba dotarsi di sistemi di funzionamento più snelli, di stampo “aziendalistico”, come le chiamate dirette dei docenti da parte dei presidi e che questi ultimi, nel caso sbaglino, debbano andare a casa. (Leggi anche: Referendum Buona Scuola, dopo raccolta firme abrogazione?)

Riforme scolastiche sbagliate e docenti conservatori

Grossa parte della scuola italiana continua a lottare per battaglie anacronistiche, ovvero contro l’alternanza scuola-lavoro (“la scuola non è un’azienda”), per le assunzioni di precari in barba alla Costituzione, per tenere i posti di lavoro più vicino possibile alla residenza degli assunti e non a quella dell’utenza, per ridurre la discrezionalità dei dirigenti scolastici e finanche annullare qualsiasi sistema retributivo premiale, che a dire il vero è ancora oggi quasi inesistente. Altre battaglie appaiono, invece, sacrosante, come retribuzioni più dignitose a riconoscimento del ruolo dell’insegnante, edifici scolastici più sicuri e maggiori risorse stanziate per i programmi didattici. Ma badate bene, quale che sarà il prossimo governo, esso sarà sfidato su qualsivoglia proposito di riforma, indipendentemente dal contenuto, perché se esiste un comparto della Pubblica Amministrazione conservatore per dna, questo è la scuola.

Vero, negli ultimi 20 anni abbiamo definito riforme semplici pasticci di ministruncoli dell’Istruzione, che hanno cercato di lasciare la loro impronta nella storia peggiorando quello che di buono esisteva, finendo per diventare protagonisti semmai della cronaca, accanto a quella nera. Vero è, poi, che la politica italiana (tutta) non assegni grande importanza all’istruzione, che nutra verso la scuola quasi fastidio, come se fosse una voce di spesa maledettamente incomprimibile nel breve. Vero è, infine, che queste fantomatiche riforme, se così vogliamo chiamarle, ad oggi non hanno né migliorato la qualità dell’offerta didattica, né l’hanno resa più aderente ai bisogni del mondo del lavoro. Ineludibile, tuttavia, è e resta il nodo della meritocrazia. Difficile che cattivi docenti riescano a formare bravi studenti, se essi stessi per primi non sono sottoposti ad alcun trattamento differenziato sulla base dei risultati mostrati. La Buona Scuola sarà stata una pessima non riforma, ma ad attaccarla sono i soliti conservatori sempre e comunque di ogni tentativo di rendere l’istruzione un servizio per gli studenti e non un posto caldo per chi insegna. (Leggi anche: La Pubblica Amministrazione italiana funziona male e ci costa 100 miliardi)

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia