Investire in Cina: opportunità e rischi di un’economia alla conquista del mondo

Il governo di Pechino ha recentemente sbloccato investimenti stranieri in Cina per altri 700 miliardi di dollari e nel 2030 il Celeste Impero sarà la prima economia del mondo

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il governo di Pechino ha recentemente sbloccato investimenti stranieri in Cina per altri 700 miliardi di dollari e nel 2030 il Celeste Impero sarà la prima economia del mondo

Quando ci si riferisce ai paesi emergenti si è soliti pensare subito alla Cina. I numeri del gigante asiatico sono del resto impressionati. Nonostante l’inevitabile impatto della crisi economica anche sull’Impero Celeste, i margini di crescita di Pechino restano molto solidi andando così a suscitare il giusto interesse di chi intende investire in Cina. Sull’argomento esistono molte informazioni basate, però, il più delle volte sul sentito dire. Comprendere in che termini si possono realizzare buoni investimenti in Cina significa fare affidamento sulle prospettive di crescita e sviluppo del Dragone da qui al 2030 che indicano la Cina come prima economia al mondo. L’ultima notizia che arriva dal gigante dell’Asia è positiva. Il Pil della Cina è cresciuta del 7,8% nel 2012, superiore alle attese di un prudente +7,5% fissato dal governo di Pechino e mostrando un’accelerazione del tasso di crescita nell’ultimo trimestre del 2012, quando si è attestato a +7,9% su base annua, in aumento dal +7,4% del secondo trimestre e dal 7,6% del secondo.  

Economia cinese: tutti i numeri del Dragone

Si tratta della crescita più bassa dal 1999, perché in ogni caso il Dragone si mostra in rallentamento, ma non troppo. Già quest’anno, il pil dovrebbe crescere ben oltre l’8% e i dati sui consumi, la produzione industriale e gli investimenti a dicembre lo dimostrano. Le vendite al dettaglio sono cresciute del 15,2% su base annua, in aumento dal 14,9% di novembre. Le attese erano per una crescita del 14,9%. Bene anche la produzione industriale, che segna un +10,3%, contro un’attesa del 10,1%. Altrettanto bene gli investimenti, che accelerano al 20,6%. A parità di potere d’acquisto, il pil cinese si attesta nel 2012 a 11 mila miliardi di dollari, non lontano dai 16 mila miliardi circa del pil americano. Ma stando a una ricerca di PricewaterhouseCooper, nel 2030 la Cina passerà dal secondo posto di oggi al primo in assoluto, sorpassando gli USA con un pil di 30 mila miliardi. Grazie a una bilancia commerciale in forte attivo e alla forte capacità di attrazione dei capitali stranieri, Pechino vanta a fine 2012 riserve valutarie per 3.310 miliardi di dollari, pari a circa sette volte il valore di tutte le società quotate a Piazza Affari, tanto per fare un esempio. E la stessa Cina risulta possedere titoli del debito americano per 1.160 miliardi di dollari, attestandosi quale primo creditore del governo USA. Qualche giorno fa, la Banca Centrale Cinese ha ritoccato all’insù dello 0,3% lo yuan, la valuta del Paese, rivalutandola a quota 6,2695 contro il dollaro statunitense. Malgrado questi piccoli accorgimenti, la valuta cinese rimarrebbe sotto-valutata sul mercato dei cambi del 25-30% circa, secondo diversi studi, sebbene non tutti concordino su tali dimensioni.  

Investimenti in Cina: Pechino è un porto sicuro? economia cinese

E’ sempre di qualche giorno fa la notizia che il presidente del China Securities Regulatory Commission, Guo Shuqing, ha annunciato che saranno incrementati presto di almeno dieci volte i volumi massimi di investimenti stranieri consentiti in borsa. Il limite era già stato innalzato lo scorso aprile 2012 da 30 a 80 miliardi, pertanto, ciò significa che entro pochi mesi potrebbero essere possibili nuovi capitali freschi in arrivo verso la Cina per oltre 700 miliardi di dollari. Già un anno fa, l’innalzamento del limite aveva portato 169 investitori a far fluire nel Paese altri 37 miliardi di dollari. Attualmente, gli 80 miliardi in mano straniera corrispondono all’1,6% dell’intera capitalizzazione della borsa cinese. A luglio dello scorso anno, poi, era stata aumentata anche la quota massima che un investitore straniero può detenere in una società quotata in Cina, elevata dal precedente 20% all’attuale 30%. Questi dati ci spingono a ritenere che ci sia grossissimo spazio ancora per investire in Cina, se consideriamo che le società locali battono utili su utili, specie se legate all’export, mentre il governo sta cercando di spostare le determinanti della crescita dalle esportazioni ai consumi interni, in modo da riequilibrare il sentiero dello sviluppo del Paese. Malgrado siano presenti ancora diverse restrizioni legislative agli investimenti in valuta cinese, la loro convenienza è presto detta, per quanto sia essenziale conoscere alcune specificità del capitalismo di Pechino. Gli investitori stranieri possono puntare su due tipi di società: quelle a responsabilità limitate e le spa. Riguardo alle prime, i soci sono responsabili limitatamente alla quota di capitale apportato, mentre la società è responsabile verso terzi solo nei limiti del proprio patrimonio. Le società per azioni prevedono una responsabilità del socio limitata alla quota di capitale apportata ed espressa in azioni, mentre la società resta responsabile verso terzi solo limitatamente ai propri asset. Quanto al capitale minimo delle prime, esso dipende dal tipo di società (se legata alla produzione, al commercio, etc.), mentre per le spa è fissato a un minimo di 10 milioni di renmibi, pari a circa 1,2 milioni di euro.  

Le opportunità offerte dallo Yuan

china-yuanPer quanto anche in un’economia in piena espansione come la Cina siano necessarie le dovute precauzioni (il comparto immobiliare è poco solido e rischia lo scoppio di una bolla, a causa del sovradimensionamento degli investimenti delle amministrazioni locali), vale la pena soffermarsi sull’importante aspetto valutario. E’ consenso pressoché unanime negli ambienti finanziari che lo yuan sia sotto-valutato, rispetto alle altre valute mondiali, come dicevamo, anche se il governo cinese si è progressivamente impegnato a flessibilizzare il tasso di cambio e a rivalutarlo con molta prudenza. Questo significa che l’acquisto di un asset cinese (azioni, obbligazioni, immobili, etc.) è potenziale fonte anche di un’altra redditività, legata al possibile apprezzamento nel tempo della valuta. Certo, è bene chiarire che la banca centrale non si sveglierà una mattina e rivaluterà di qualche decina di punti percentuali la valuta cinese, ma il trend è quello di tanti piccoli e periodici ritocchi verso l’alto, che potrebbero garantire un rendimento aggiuntivo all’investimento. Si tenga presente, poi, che lo yuan può oscillare in alto e in basso dell’1%, rispetto al tasso ufficiale fissato dalla banca centrale. E’ evidente che l’attivo della bilancia dei pagamenti tenga la valuta asiatica sempre ai massimi della forbice prevista. Oltre alla bilancia commerciale, infatti, anche i movimenti di capitali risultano molto positivi per Pechino. Nel 2012, gli investimenti diretti esteri sono stati pari a 111,7 miliardi di dollari, per quanto in calo del 3,7% su base annua. Un’immensa pioggia di denaro che ha reso l’economia cinese la metà più ambita dei capitali mondiali, superando anche gli USA. E con l’arrivo potenziale di almeno 700 miliardi di dollari, i mercati finanziari cinesi risulteranno alquanto più appetibili. Il flusso di tali capitali porterebbe i prezzi degli asset a valori molto più alti degli attuali, sposterebbe liquidità in loro favore e renderebbe più stabile ed efficiente la borsa cinese.  

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Economie Asia