Il petrolio a 100 dollari in inverno sarebbe un disastro anche per i paesi produttori

Bank of America stima che il prezzo del petrolio possa salire a 100 dollari al barile con l'inverno rigido. Sarebbe negativo per tutti.

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Petrolio a 100 dollari?

Il petrolio è stato protagonista di un rally forse inatteso per la velocità con cui è avvenuto quest’anno. Le quotazioni segnano un rialzo del 40% dall’inizio del 2021. Attualmente, il Brent si colloca nel range dai 70 ai 75 dollari al barile. Non è l’unica materia prima che ha corso negli ultimi mesi. Basti pensare al rame o all’alluminio. Ma per Bank of America Global Research, arriverebbe a 100 dollari nel caso in cui ci ritrovassimo con un inverno più rigido del solito.

Questo scenario è preso sempre più in considerazione con i cambiamenti climatici in atto. L’estate si è rivelata una delle più caldi di sempre e gli scienziati temono che nei prossimi mesi le temperature possano sprofondare ben al di sotto delle medie stagionali. I consumi di petrolio salirebbero e, di conseguenza, pure i prezzi. Aggiungiamo che di per sé la domanda sta salendo per via della ripresa economica dopo la batosta inferta dal Covid. Infine, l’offerta non si è ancora adeguata ai livelli pre-Covid, con l’OPEC a tenerla bassa.

Il petrolio a 100 dollari farebbe molto male alle economie importatrici. Il carburante negli USA è rincarato del 42,7% su base annua ad agosto, spingendo l’inflazione al 5,3%, pur in rallentamento dal 5,4% dei due mesi precedenti. La carenza di chip ha rallentato la produzione di auto, con la conseguenza che il mercato dell’usato ha accusato rincari medi del 31,9%. Questo per dirvi che molti prezzi stanno esplodendo per la carenza dell’offerta provocata dall’interruzione delle catene di produzione con l’arrivo della pandemia.

Petrolio, OPEC ha le chiavi dell’economia mondiale

Ora, il petrolio a 100 dollari farebbe saltare i conti di tutti. Le banche centrali si ritroverebbero a gestire tassi d’inflazione ancora più alti e necessariamente ridurrebbero gli stimoli monetari e alzerebbero i tassi d’interesse più in fretta del previsto.

Ciò provocherebbe contraccolpi duri sulla ripresa delle economie, ancora troppo dipendenti dall’allentamento fiscale e monetario. I costi di emissione del debito salirebbero e gli stati sarebbero costretti a tagliare i deficit, accelerando il risanamento dei conti pubblici.

Il danno di un simile shock lo pagherebbero gli stessi paesi esportatori di petrolio. Il ripiegamento della crescita globale impatterebbe negativamente sulle quotazioni, le quali crollerebbero dopo il boom a 100 dollari. E la volatilità non piace a chi sfrutta i pozzi. Peraltro, l’OPEC estrarrà fino alla fine di quest’anno 400.000 barili in più ogni mese, al fine di alzare la produzione dopo il maxi-taglio di un anno e mezzo fa.

L’Arabia Saudita ha nelle sue mani le chiavi della ripresa globale. Se decidesse di colmare tutto l’eventuale gap tra domanda e offerta, il rischio di quotazioni a 100 dollari verrebbe meno anche nel caso di clima invernale inclemente. Sarebbe la soluzione migliore per la stessa Riad, che estrarrebbe di più a prezzi più bassi, quando l’alternativa sarebbe estrarre di meno a prezzi solo temporaneamente più alti e che sarebbero seguiti da un tonfo precipitoso e sintomatico di un’economia mondiale in malora.

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