I resi degli acquisti online diventano un inferno per ambiente e piccoli negozi

Shopping online sempre più diffuso, ma per i piccoli rivenditori sta diventando meno sostenibile per via del costo dei resi. E i grandi retailer si fregano le mani.

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Shopping online sempre più diffuso, ma per i piccoli rivenditori sta diventando meno sostenibile per via del costo dei resi. E i grandi retailer si fregano le mani.

Il 2 gennaio è la giornata dei resi. In questa data, stando al servizio postale americano UPS, si raggiunge il picco delle restituzioni dei pacchi, con 1,9 milioni di unità attese nei soli States, circa il +26% rispetto all’anno scorso. E quello dei resi è diventato un grosso problema per i rivenditori online.

Il loro costo mediamente doppia quello dei resi effettuati presso un negozio fisico e complessivamente inciderebbe ormai per circa il 10% del fatturato.

Ma il reso è considerata una grande conquista per i diritti dei consumatori, tanto da essere divenuto parte essenziale della mentalità generale del mercato. Quando si fanno acquisti online, uno dei criteri principali su cui i clienti fanno affidamento per scegliere tra un negozio e l’altro risiede proprio nella politica dei resi. Chi limita la possibilità di restituire un pacco o la consente dietro costi giudicati elevati viene scartato in favore di chi si mostra abbastanza disponibile ad accettare i resi.

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Non solo, ma i prodotti caricati sul carrello virtuale della spesa spesso non verrebbero acquistati per via degli alti costi unitari di spedizione. In sostanza, sempre più spesso il consumatore pretende che le spese di spedizione siano nulle o basse e magari attende di acquistare prodotti per un certo ammontare, al fine di usufruirne del loro azzeramento a partire da un dato prezzo. Questo fatto, insieme alla politica dei resi, sta rendendo il business per i piccoli negozi online sempre meno sostenibile.

Costi resi insostenibili per piccoli negozi

Infatti, non solo il reso costa, ma oltretutto bisogna anche sorbirsi costi di spedizione non del tutto scaricabili sul cliente, altrimenti questi nemmeno clicca su “acquista” dopo avere riempito il carrello virtuale della spesa. Senonché, da apparente grande conquista per i consumatori, la politica generosa dei resi si sta dimostrando essere un’arma a doppio taglio, accentrando i profitti su un numero di negozi ristretto, magari in vetrina su grandi retailer online come Amazon o Alibaba, che possono permettersi di spalmare i costi su un fatturato miliardario.

Il reso crea anche problemi ambientali, aumentando il numero dei prodotti che finisce in discarica da un lato e le emissioni inquinanti legate al trasporto dei pacchi dal consumatore al rivenditore online. Non a caso, i governi di diversi paesi stanno studiando norme per impedire che i pacchi tornati indietro si trasformino quasi automaticamente in nuovi rifiuti. Ma comunque la si pensi, il punto è un altro: i resi sono un diritto per chi acquista, specie se lo fa senza nemmeno vedere fisicamente la merce. Per quanto questa politica si presti agli abusi di chi compra spesso con superficialità, è innegabile che si debba sempre consentire la restituzione di un prodotto, anche perché essa stessa ha creato negli anni le condizioni per attrarre milioni di consumatori in rete, allontanandoli dai negozi fisici.

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Immaginate di dover acquistare un paio di scarpe o una camicia. Al negozio sotto casa potete provarle ed eventualmente non acquistarle o restituirle entro pochi giorni, nel caso in cui la taglia o la vestibilità non andassero come pensavate. Solo se un negozio online vi offre le stesse garanzie prenderete in considerazione l’ipotesi di acquistare la stessa merce online. Dunque, il reso e i prezzi a buon mercato sono stati l’amo con cui tanti rivenditori su internet hanno cercato di ritagliarsi una fetta di clientela altrimenti per loro inaccessibile. Adesso, i piccoli rischiano di soccombere per l’impossibilità di sostenere i costi, così come prima di loro i concorrenti fisici, mentre i grandi fanno festa.

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