La guerra delle accise e perché ridurle per sempre è così difficile

Le accise sono tornate al centro del dibattito pubblico dopo il mancato rinnovo del taglio deciso in piena emergenza energetica

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Le accise tornano a far discutere

Gli automobilisti italiani pensavano che il taglio delle accise sarebbe rimasto per sempre. O meglio, ci speravano dal profondo del loro cuore. Così non è stato. Il governo Meloni ha dapprima ridotto di 12 centesimi lo sconto al litro e da gennaio lo ha azzerato. La premier ha rivendicato la decisione, sostenendo che il maggiore gettito derivante dal ripristino delle accise al loro livello ordinario servirà per finanziare gli aiuti a famiglie e imprese contro il caro bollette e l’aumento delle pensioni. Ma l’aumento dei prezzi del carburante alla pompa ha fatto esplodere la polemica. Giorgia Meloni ha convocato il Comandante Generale della Guardia di Finanza a Palazzo Chigi per discutere delle misure necessarie a contrastare la speculazione. Per tutta risposta, i benzinai hanno indetto due giorni di sciopero contro quello che definiscono “fango” ai danni della categoria.

Conto da oltre 40 miliardi all’anno

La verità è che le accise fanno male e nessuno sa come rimediare all’accumulo di balzelli, che nel corso dei decenni sono serviti allo stato per fare cassa.

Solo che tornare indietro non è così semplice come si blatera. Il solo gettito annuale delle accise sui carburanti sfiora i 24 miliardi di euro. Ma se allarghiamo lo sguardo anche alle accise sul gas, sull’energia elettrica e sui tabacchi, saliamo a poco meno di 41 miliardi. A questa somma va aggiunta l’IVA, dato che le accise contribuiscono a formare la base imponibile su cui calcolare l’imposta sul valore aggiunto. Ad occhio e croce, arriviamo intorno ai 47 miliardi. Sfioriamo il 10% del gettito fiscale complessivo.

Il taglio delle accise è stato importante per contenere l’esplosione dei prezzi alla pompa e, in generale, al consumo.

Gran parte delle merci in Italia arriva a destinazione su gomma, per cui risente dei costi di trasporto legati al carburante. Tuttavia, renderlo strutturale significa reperire risorse definitive tra le pieghe del bilancio statale. O si alzano altre forme di gettito o si tagliano certe spese. E il punto vero sarebbe, in verità, un altro. La riduzione di 20-30 centesimi al litro delle accise sarebbe una priorità reale? Intendiamoci, lo sarebbe in un’economia in cui pagassimo tasse contenute sui redditi o sui consumi. Ma in Italia esiste un’elevata pressione fiscale e contributiva. Abbiamo l’urgenza di trovare risorse – tante – ma al fine di rendere più sopportabile il peso di imposte come IRPEF, IRAP, IRES ed eventualmente anche IVA.

Taglio accise non prioritario

Brutto a dirsi, ma il taglio delle accise non è una priorità. Anche perché avverrebbe in controtendenza rispetto alla linea mondiale di disincentivare i consumi inquinanti. Le accise sono una delle imposte cosiddette “ecologiche” o “gretine”, che tanto piacciono a molti di coloro che in queste settimane lamentano la mancata proroga del taglio. Vero è, indubbiamente, che in un paese come l’Italia il loro abbassamento ridarebbe fiato a milioni di famiglie costrette a spostarsi per raggiungere il luogo di lavoro ogni giorno e abbatterebbe i costi di trasporto di numerose merci, tra cui i generi alimentari. Ma con un bilancio a secco, gli sforzi prioritariamente dovranno essere concentrati a finanziare misure come il taglio del cuneo fiscale, indispensabili per sostenere l’occupazione e i redditi.

Anche perché, se proprio dobbiamo dircela tutta, non è vero che i prezzi del carburante in Italia siano i più alti d’Europa. Risultano, anzi, nella media delle grandi economie come Francia e Germania. Il problema è un altro: i redditi delle famiglie sono ridotte così all’osso, che non siamo più nelle condizioni di sostenere rincari di alcun tipo. Ma è come ribaltare i termini della questione. Le accise sono la spia di uno stato vorace, incapace di darsi un limite nello spendere e sprecone di risorse.

Al tempo stesso, la loro insostenibilità ci racconta di un paese allo stremo, con una capacità di acquisto sempre più limitata da crisi e carovita.

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