E se dietro il Qatargate ci fosse un piano per rimpiazzare von der Leyen con Draghi?

Il Qatargate potrebbe travolgere l'Europarlamento. E forse sarebbe la scusa perfetta per portare Mario Draghi a Bruxelles.

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Qatargate, Draghi si scalda?

L’inchiesta sulle presunte tangenti pagate dal Qatar a decine di eurodeputati sta travolgendo l’unica istituzione comunitaria elettiva. Il cosiddetto Qatargate ha colto di sorpresa Bruxelles, che non si aspettava un’indagine della procura belga ai danni dell’Europarlamento nel bel mezzo di una guerra nel cuore del Vecchio Continente. A pagare lo scotto è il gruppo S&D, cioè i socialisti. Eva Kaili, agli arresti dopo che nella sua abitazioni sono stati rivenuti sacchi pieni di banconote per 750.000 euro, è stata rimossa dalla vice-presidenza dell’assemblea. Un terremoto che spinge più di qualcuno dietro le quinte a ipotizzare lo scioglimento anticipato dell’Europarlamento ed elezioni già per la primavera prossima.

Commissione UE nel mirino

Sembra uno scenario incredibile, ma c’è un precedente. Nel 1999, l’allora Commissione Santer si dimise in anticipo per uno scandalo di corruzione. L’immagine per l’Unione Europea è tutto. I suoi rappresentanti sanno quanto scarsa sia già l’affezione dei cittadini per le istituzioni comunitarie.

Il rischio di una totale alienazione sul Qatargate è realistico.

E se dietro alla vicenda si celasse la volontà dl alcuni di ridisegnare le alleanze? Ursula von der Leyen fu nominata presidente della Commissione nel luglio 2019 con il voto decisivo del Movimento 5 Stelle. Alleata fedelissima dell’allora cancelliera Angela Merkel, il suo mandato ufficioso consistette nel creare un cordone sanitario attorno all’Italia per evitare che la Lega di Matteo Salvini andasse a Palazzo Chigi. L’operazione riuscì.

Tuttavia, oggi von der Leyen è orfana della sua mentore. E, soprattutto, nessuno la ritiene adeguata al ruolo. La pandemia svelò l’inefficienza e persino la solitudine di una presidente a tratti impotente dinnanzi alla crisi sanitaria.

La guerra russo-ucraina ha confermato le criticità. Fino a pochi mesi fa, girava voce che negli ambienti europei vedessero di buon occhio Mario Draghi al posto suo. Gli eventi sarebbero stati grosso modo i seguenti: elezioni italiane nel 2023, possibile Draghi-bis per un anno e poi suo trasferimento da Roma a Bruxelles.

Mario Draghi al posto di von der Leyen?

La realtà è che da quasi due mesi già Draghi non è più premier italiano. Rischia di restare in panchina per quasi un biennio. Troppi per una personalità considerata di enorme spessore e autorevolezza. Il Qatargate sarebbe l’occasione perfetta per terremotare lo scenario. Il Partito Popolare e i partiti di destra come il gruppo dei Conservatori e Riformisti (ECR) avrebbero tutto l’interesse ad anticipare le elezioni. Metterebbero nell’angolo la sinistra, che probabilmente perderebbe consensi a causa dello scandalo. A quel punto, tenterebbero di raggiungere i numeri per costruire un’alleanza alternativa di centro-destra.

Che ci riescano o meno, Draghi rimpiazzerebbe von der Leyen. E l’Italia avrebbe la sua massima rappresentanza nelle istituzioni comunitarie. La premier Giorgia Meloni non potrebbe che sostenere la svolta, portando con sé in dote i voti di ECR, cioè anche dei conservatori polacchi. Difficile, però, che l’operazione possa tagliare fuori del tutto i socialisti, di cui fanno parte i socialdemocratici tedeschi del cancelliere Olaf Scholz. Non è immaginabile che Berlino perda il governo dell’Europa.

Il Qatargate, comunque, sarebbe servito ugualmente ad anticipare la fine della Commissione von der Leyen. L’alternativa sarebbe più imbarazzante. I popolari dovrebbero ammettere che la loro presidente non sia all’altezza del ruolo. Meglio scaricare le responsabilità sugli avversari e approfittarne per sostituire con oltre un anno di anticipo la tedesca per l’italiano che tutti rimpiangono alla BCE. Persino i tedeschi che lo avversarono giorno e notte. Perché peggio di un avversario è un alleato incompetente e privo di autorevolezza. E Draghi servirebbe per garantire per la tenuta dell’Italia nell’Area Euro, sgombrando il tavolo da un rischio considerato concreto con il processo di normalizzazione monetaria.

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